Intervista ai Male mISANDRIA

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Mooth - Slow Sun

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Dogmate - Hate

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mercoledì 27 agosto 2014

A.O.S. - THROUGH THE EYES OF A GLORIOUS RAVEN


Oggi si parla di Hardcore e “derivati” (tipo il latte, ma più pesante sullo stomaco). Mi appresto a recensire “Through the Eyes of a glorious Raven”, EP d’esordio degli A.O.S (Anthem of Sickness), una band che si presenta come "Blackened Hardcore". Comincerei precisando che non sono mai stato incline alle definizioni, già in campo Metal è difficile ultimamente, ma se è possibile nell’ambito del tanto amato HC è ancora peggio. Di bBackened inteso come suggestioni o influenze Black Metal personalmente non ne sento, mi azzarderei a definirli “Negative Hardcore”, infatti questi A.O.S. mi ricordano gruppi come gli inglesi Dead Swans, o i nostrani Aperture come tipo di proposta, spaziando da un buon Hardcore di stampo squisitamente new school, giungendo a qualche momento quasi Screamo, per finire con qualche sfumatura che può ricordare la prima ondata Metalcore in stile Atreyu soprattutto per i momenti un po’ più Hard Rock, che si possono notare durante gli assoli di chitarra (sì, ci sono perfino degli assoli); insomma musica veloce, pogabilissima, con tinte oscure e tristi: non c’è dubbio che i ragazzi esprimano una certa dose di amarezza con la loro musica. Insomma, direi che il nome dica già tutto, infatti la malattia non gli manca di certo. Come dire... La carne al fuoco è parecchia ed è anche cotta con una certa perizia; i ragazzi fanno il loro porco lavoro con riff veloci e aggressivi lasciandosi però andare anche a sprazzi melodici o riff lenti e ripetitivi, che sanno di disperazione e malinconia a palate; la batteria “tarella” -come si dice dalle mie parti- ma segue più o meno il copione base del genere, un onestissimo “tupa- tupa” che mi fa sempre piacere ascoltare con qualche blast-beat qua e là. Il basso mi è parso un po’ coperto da un mix che forse non rende giustizia al lavoro nel suo insieme, anche se il tutto risulta comunque potente e d’impatto. La voce purtroppo non è molto varia: un buonissimo low-scream tento magistralmente per tutta la durata dell’EP, ogni tanto fa capolino un po’ di growl, ma sono episodi isolati. Mi sento di promuovere gli A.O.S.: anche se non a pieni voti, le idee ci sono tutte, vanno riorganizzate un attimo, ma per essere un debutto va più che bene... Direi che da loro ci si possono aspettare grandi cose per il futuro!


VOTO: 6,5/10
-Black-



lunedì 28 luglio 2014

RAINOVER - TRASCENDING THE BLUE AND DRIFTING INTO REBIRTH


"La semplicità è l'estrema perfezione". Questa frase, attribuita a Leonardo da Vinci, racchiude una verità spesso dimenticata. "La semplicità (è), cosa rarissima ai nostri tempi" diceva Ovidio duemila anni fa. Chissà che cosa direbbe oggi, di fronte alle complicazioni inutili di una vita che deve essere sempre più decodificata per essere compresa. L'arte, da sempre specchio della società è andata di pari passo e spesso di perde in divagazioni teoretiche, citazionismi e complessità. Riacquistare la leggerezza e affidarsi a una sottrazione è l'unica via per raggiungere il cuore, le emozioni. La musica deve ricercare questo. Io non so se Ovidio e Da Vinci avrebbero apprezzato il suono degli spagnoli Rainover, ma indubbiamente ne avrebbero condiviso l'intento artistico. Ogni nota che troverete in questo "Transcending the Blue and Drifting into Rebirth" è un necessitato tassello che costituisce una cattedrale. Il suo stile lo potremmo definire Romanico. Nessun eccesso barocco, nessuna inutile ridondanza. Ciò non significa povertà negli arrangiamenti e nei suoni, ma una ergonomia vicina al design più ricercato. Un minimalismo capace di racchiudere il sublime. Per raggiungere questo è necessaria maturità, consapevolezza e una grande preparazione. Prendiamo per esempio la meravigliosa opener "Rebirth": una canzone perfetta. Ogni linea vocale, ogni passaggio strumentale, sembra fatto apposta per arrivare diretto al cuore. I suoni, estremamente curati ma caldi e naturali, sono la cornice perfetta che permette di apprezzare appieno questo gran bel disco, che non mi limito a consigliare agli amanti delle sonorità Gothic Rock. Il grande pregio di questa band, guidata dalla front-woman Andrea Casanova, è quello di essere accessibile a chiunque. Dagli amanti del Pop, ai più incalliti metallari.

VOTO: 9/10
-BERTUZZ-



lunedì 21 luglio 2014

MINTMOON - DEMOTAPE 2014


Prove interminabili e cazzeggio in una cantina insonorizzata da contenitori per uova: rito d’iniziazione per qualsiasi band agli inizi del proprio percorso. Il principio del "do it yourself", pilastro fondamentale dell’estetica Punk degli albori, trasuda in questo demo dei Mint Moon, giovanissima formazione di Ferrara, nata nel gennaio del 2014. In puro stile lo-fi, la qualità della registrazione è molto artigianale e spiccia. Il demo si apre con un pezzo strumentale, “Spring in Bloom”, nel quale sonorità Garage si mescolano a virtuosismi tipici degli anni '70; un modo insolito e, a mio avviso, inaspettato per aprire un lavoro di questo tipo.  “Let’s Start” è una canzone tipicamente Punk: rozza e poco complessa;  la voce del cantante, acerba e fuori tempo, ci accompagna in questo pezzo divertente e scanzonato, che fa scattare immediatamente la voglia di pogare col vicino. Tutti sull’attenti, sta arrivando un ragno argentato... Con la batteria che a più riprese suona una sorta marcia militare, “Silver Spider” è un pezzo veloce, a tratti tetro ma molto energico e rumoroso. Con una batteria molto Grunge, “Violent Valentine” è il pezzo più riuscito di questo lavoro: ben strutturato a livello di strofe e chorus, ritmo trascinante e ritornello facilmente “assimilabile”, con una bella chitarra distorta al minuto 1:41. Nel complesso, questo "Demotape 2014" contiene quattro canzoni molto diverse tra loro. A volte la varietà può rappresentare un punto di forza ma, in questo caso, non si riesce a capire verso quale direzione vogliano andare i Mint Moon. Questa affermazione non deve però essere interpretata come la volontà della sottoscritta di dover necessariamente incasellare qualsiasi demo o album in un genere musicale specifico... Questo gruppo è sorto da poco, ed è comprensibile che sia in cerca di una propria identità specifica. Anche l’ascoltatore un po’ distratto, non faticherà a percepire che questi ragazzi suonano divertendosi e questo è, senza dubbio, un presupposto imprescindibile per migliorarsi in futuro. 

VOTO: 4/10
-Nicole Sartori-



martedì 15 luglio 2014

MY TIN APPLE - THE CROW'S LULLABY


Ogni canzone ha lo scopo di raccontarci una storia. Alcuni generi, in particolar modo l'Epic e il Power Metal, cercano di fare di ogni propria canzone una piccola saga epica, un po' alla ricerca di una continuità con la grande musica classica alla quale, come è noto, spesso si rifanno, e un po' per il loro rapporto privilegiato con tematiche legate alla letteratura fantasy, romantica e gotica. Assai più raro è invece trovare un gruppo che prova a fare di ogni suo pezzo una piccola favola. La ragione probabilmente risiede nella complessità di concentrare in pochi minuti, relativamente poche parole e, soprattutto, coniugare il tutto alla musica e alle peculiarità di più musicisti, uno strumento di narrazione, la favola, che si perde nella notte dei tempi. Più antica della scrittura stessa, la favola presenta una profondità spesso molto più difficile da cogliere di quello che può sembrare ad un primo e disattento sguardo. Le favole sono le attrici della tragedia greca nella narrazione: il loro scopo, e volto, legato a temi ancestrali ed intimi della natura umana, è celato dalla maschera di un intreccio apparentemente semplice, quasi banale. I ragazzi dei My Tin Apple, col loro album “The Crow's Lullaby”, provano a tramutare questa particolare difficoltà in un mezzo per poter esprimere qualcosa d'innovativo. Ogni loro pezzo si presenta come una breve favola postmoderna, dove convivono scenari onirici con morali legate a una realtà deprimente e cinica. Alla ricerca di un costante equilibrio tra queste due componenti contrapposte, in un lavoro di dissimulazioni che ben si presta al carattere della favola, i My Tin Apple (che da qui abbrevieremo in MTA) hanno cercato di dar vita a un suono proprio, da loro indicato come “tin rock; un sound sperimentale alla cui principale componente Prog Rock  si aggiungono sonorità Metal e, soprattutto, distorsioni e suoni elettronici ottenuti grazie al sintetizzatore suonato da Massimiano Cecchi. I temi trattati dai testi per mezzo della favola presentano una certa varietà ed originalità (da segnalare in particolare i due pezzi “The Flight of Cameleon” and “Pixel”). A suscitare qualche perplessità sotto questo aspetto è, invece, la prima traccia che fa da introduzione e da titolo all'album, “The Crow's Lullaby” (la ninna nanna del corvo): un pezzo completamente a cappella, cantato da una voce femminile con tonalità che riecheggiano atmosfere orientali. La performance in sé è convincente, ma per quanto ci si possa sforzare a venire incontro alle intenzioni dei MTA, viene difficile associarlo sia a una ninna nanna, sia a un corvo. Ciò può apparire come un dettaglio, ma occorre ricordare quanto sia fondamentale nelle intenzioni di questo album accompagnare l'ascoltatore verso gli scenari onirici immaginati dai MTA alla ricerca di ciò che si definisce come “sospensione dell'incredulità”, ossia la capacità dell'artista di trasportare la mente di chi fruisce della sua arte verso il mondo da lui immaginato. Una volta cominciato l'album vero e proprio con la seconda traccia, “Snow White”, fortunatamente l'esecuzione musicale comincia  a prestarsi alle tematiche ricercate dai MTA. La voce di Gianluca Gabriele col suo tono efebico, spesso sussurrato, nonostante un inizio incerto dove non sembra riuscire a seguire il resto del gruppo, svolge abbastanza bene il compito di accompagnare l'ascoltatore nel mondo dell'assurdo ritratto dalla canzone, dove “le lumache si spostano veloci su sfere volanti”. Purtroppo, nel corso delle altre undici canzoni, le tonalità della voce non sembrano voler mutare, neanche laddove ci sarebbe bisogno di un timbro decisamente diverso. Il risultato nel complesso è comunque discreto e i testi si prestano bene alla voce pulita da giovane bardo di Gianluca, che però avrebbe potuto provare a recitarli meglio, osando un po' di più laddove ce ne sarebbe stato più bisogno. A livello strumentale la parte principale, e migliore, del lavoro, è svolta dal sintetizzatore e dai suoi echi e rimbombi. Da questi suoni segue il ritmo di tutti gli altri strumenti, soprattutto la batteria che lavora molto bene con le linee tracciate dal sintetizzatore. Solo basso, purtroppo, sembra venir messo n disparte Il risultato, durante queste parentesi di contaminazione tra acustica ed elettronica, è un suono bizzarro, ma affascinante, soprattutto nelle tracce “Sequoia” e “Dalì”. Purtroppo però le parti squisitamente acustiche e, soprattutto, quelle più vicine a sonorità metal, non possiedono la stessa forza d'attrazione rispetto alle parti dove è presente il sintetizzatore. I MTA sono tecnicamente capaci. Tuttavia appare, nelle parti esclusivamente acustiche, che nel cercare di voler mostrare le proprie virtù con i propri strumenti, finiscano per sacrificare l'originalità mostrata nelle parti più sperimentali, oltre che “ignorare” le tematiche che si vogliono esprimere in nome di un suono certamente pulito ma, in questo caso, purtroppo non molto originale. In più punti dell'album capita di sentire un riff di chitarra tipicamente metal, quasi epic, magari godibile se preso a parte, ma del tutto alieno rispetto al resto della canzone. Nel complesso l'album sembra perciò far capolino da una parte all'altra di due anime, quella “contaminata” dominata dal sintetizzatore e quella esclusivamente acustica, senza che queste riescano a venire davvero in contatto tra di loro. La parte “contaminata” magari non incontrerà il favore dei puristi del genere, ma dimostra una spiccata personalità e, soprattutto, è in linea con lo stile e quella ricerca di originalità rincorsa dai MTA, nonché rappresenta al meglio le favole postmoderne presenti nelle canzoni. Quella prettamente acustica è, invece, un ascolto piacevole ma che non lascia il segno, quasi un intramezzo dimenticabile ogni volta che il sintetizzatore è in silenzio. Nel complesso il lavoro dei MTA presenta diversi spunti molto interessanti. Tuttavia i loro ambiziosi propositi innovativi sono in parte disattesi da tanti, troppi punti, dove ha spazio un suono regolare, pulito ma privo della verve che invece riescono a mostrare nelle parti più sperimentali. In futuro, potrebbero considerare di puntare ancora di più sulle sperimentazioni, lasciando sonorità magari più note e “sicure” per l'ascoltatore di riferimento, e facendo posto ad altri suoni e, perché no, altri e nuovi strumenti, considerato l'apporto decisamente positivo del sintetizzatore. Allo stato attuale, della mela di stagno si è avuto solo qualche morso, che non forse non renderà del tutto sazi, ma fa desiderare di poterla gustare per intero nel prossimo futuro.

VOTO: 7/10
-Ged-



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giovedì 17 aprile 2014

OBSIDIAN TONGUE - A NEST OF RAVENS IN THE THROAT OF TIME


Gli Obsidian Tongue sono una band Atmospheric Black Metal fondata nel 2009 da Brendan Hayter, nel Massachusets. Dopo svariati demo e un full-lenght ("Volume I: Subradiant Architecture"), nell'estate del 2013 rilasciano questo disco, "A Nest of Ravens in the Throat of Time". La prima canzone "Brothers in the Stars" dona al disco un inizio lento, con un riff pesante ed opprimente, evolvendosi in un incedere veloce e con una ritmica martellante. La voce mi riporta subito alla mente i russi Alienation Cold, ma con dei cori in clean di sottofondo. A metà il riff cambia e la batteria vira il ritmo spostandosi su rullate e blastbeat; sono presenti anche inserti Prog molto effettati; l'ultima parte del brano si discosta infatti dal resto dell'album come genere. Procede sulla stessa linea anche "Black Hole in Human Form", anche se più oscura e con una batteria che assume in più punti un incedere marziale. Perfetto l'assolo iniziale di "My Hands Were Made to Hold the Wind", come il resto della canzone, secondo me la più riuscita dell'album, dove la prova del vocalist è più malata e toccante. Nel centro si interrompe bruscamente per fare spazio ad una parte in cui colpi di batteria, fischi di chitarra e lamenti di sottofondo creano una inaspettata sensazione di ansia, che viene aggravata dall'emozionante proseguimento. Il quarto brano, "The Birth of Tragedy", prosegue sulla falsariga del primo brano, inizio sulfureo e cori puliti già sentiti, come anche l'intermezzo. "In Individuation" lo stile ritorna su quello del Black Metal classico, in cui si intravede lo spettro dei Darkthrone di "Transilvanian Hunger", molto più violento e primitivo; tuttavia non mancano i cori e gli effetti che sembrano caratterizzare la band. L'ultimo brano è molto interessante: parte con un intro molto lungo e meditativo, con la presenza di un sintetizzatore e con gli immancabili cori, per sfociare in quello che è a tutti gli effetti un brano DSBM. Che dire, un disco che ha i propri pregi ma anche i propri difetti: purtroppo a questi Obsidian Tongue secondo me serve molta più creatività; alcuni pezzi sono molto buoni, ma altri sembrano decisamente ricalcati... La stilistica dopo un po' diventa piuttosto noiosa. Inoltre i pezzi (ad esclusione di "My Hands Were Made to Hold the Wind") sono tutti oltre gli otto minuti, il che contribuisce a rendere piuttosto pesante l'ascolto del disco. In conclusione un album buono, per la presenza di brani come quello sopra citato e "Brothers in the Stars", oltre a varie idee che si trovano in pochi altri gruppi del genere. Tuttavia non è un lavoro che sapranno apprezzare in molti a causa della monotonia che investe alcune sue parti. 

-Gore666- 
VOTO: 7/10 



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domenica 13 aprile 2014

ALLAN GLASS - MAGIKARP


L’album in questione è un po’ particolare, difficile da dire se in modo positivo o meno però. La prima traccia “La Tua” si apre con semplici riff che sfociano in un ritmo quasi “tribale”, ma lascia un senso di incompletezza in quanto ha una durata brevissima. Tralasciata questa "premessa", prendiamo in considerazione la seguente “E' Difficile”: in apertura troviamo una serie di riff che ricordano molto lo Stoner Rock, ma diviene un po’ troppo caotica dopo la parte vocale; il suono sarà pure grezzo quanto basta, ma manca una sorta di armonia tra la parte strumentale e quella cantata. Questa era solo la seconda traccia, e giudicare da subito un album non sarebbe giusto: senza seguire l’ordine della tracklist, prendiamo in considerazione “L’estate non Conta (Pt.1)”: i riff sono vari e accompagnati da una batteria incalzante; stesso sound, ma la voce in alcuni tratti è appena percettibile (del resto, anche la qualità di registrazione ha un ruolo importante nella realizzazione di un album). Più interessante però è la malinconica “L’estate non Conta (Pt.2)”, sicuramente una delle migliori. Più sperimentale è invece l’ultimo brano “Nell’Ora della nostra Morte”, dove abbiamo l’intervento della tastiera; personalmente mi ha dato una strana sensazione, sembra proporre un’atmosfera quasi futuristica. Descrivere il lavoro track by track sarebbe troppo ripetitivo, ho preferito darvi un’idea generale; non siamo di fronte ad un capolavoro, ma nemmeno ad un’opera mal riuscita, pertanto, il mio giudizio cercherà di far “incontrare” i due opposti.

VOTO: 6/10
-MasterEvil-


mercoledì 9 aprile 2014

GALAKTIK CANCER SQUAD - GHOST LIGHT


Se c’è un album che mi ha sorpreso nel 2013, quello è sicuramente “Ghost Light” dei Galaktik Cancer Squad, una one man band tedesca che ricompare sulla scena dopo 3 album in digitale con la quarta fatica. Come già detto in precedenza, tutto il progetto è in mano ad un solo uomo: Argwohn. Il tipo di musica proposta è molto ambiziosa: si tratta di Melodic Black Metal con forti influenze Post-Rock; due generi che di solito sono del tutto incompatibili, ma il nostro Argwohn è riuscito a creare un armonioso connubio di essi che presenta qualche sprazzo di Death Metal qua e là. Prima di passare alla descrizione delle tracce che più mi hanno colpito è opportuno spendere qualche parola sulla tecnica strumentale del musicista. Ogni singolo strumento, infatti, è suonato egregiamente, presentando una grande varietà compositiva (dovuta soprattutto alle influenze da tanti generi diversi sopraelencati) sia per quanto riguarda i riff e gli assoli di chitarra, che sanno essere malinconici e tristi -ma anche energici e tritaossa come solo il Black Metal più grezzo sa essere-, sia per quanto riguarda la batteria, che spazia dai blast beat ai ritmi più classici, senza mai annoiare l’ascoltatore. Ora viene il momento più difficile: le canzoni. È una delle parti più complicate di questa recensione per il semplice fatto che queste tracce, pur essendo poche (5 in totale), comunicano tutte qualcosa di diverso e unico, passando da ritmiche tipicamente Melodic Death Metal con riff armonizzati in stile Insomnium (come nella seconda traccia “When the Void Whispers my Name”) ad arpeggi sognanti e malinconici (come alla fine di”Ethanol Nebula” e ancora di “When The Void Whispers My Name”), o di nuovo a riff Black Metal come nell’opening “Ethanol Nebula” e in “In Lichterlosen Weiten”. Una delle cose che più ho apprezzato in questo disco è anche la presenza di elementi Post Rock/Shoegaze, che danno quel tocco di tristezza e rassegnazione in più che in questo stile di musica non guasta mai, così come l’arpeggio di pianoforte inserito nella terza track, il quale dà l'impressione della calma prima della tempesta, per poi esplodere in una bufera Black Metal. Ed è questo ciò che veramente stupisce: l’originalità e la varietà di stili che sono perfettamente amalgamati così che i passaggi da arpeggi melodici a riff un po’ più incazzati non risultano mai forzati, ma del tutto naturali. È come se in questo disco la musica rappresentasse il dualismo dell'animo umano, da un lato compassionevole ed emotivo, dall'altro brutale e violento. È raro ormai trovare musicisti in grado di creare da soli dei capolavori di questo calibro e credo proprio che Argwohn sia riuscito a creare qualcosa di innovativo ed originale che riuscirebbe a colpire qualunque amante della musica estrema e non. Detto questo, sono fiero di possedere una copia di questo fantastico disco che continuerà ad accompagnarmi per molto tempo con la sua emotività e la sua ferocia.

VOTO: 8/10
-Lo Strano-



sabato 29 marzo 2014

METAMORFOSI IN VIOLA - KAIROS


Forse quattro brani sono pochi per poter dare un giudizio completo su una band, ma cercherò di essere il più preciso possibile per rendervi al meglio l’idea. Il disco dei Metamorfosi in Viola, "Kairos", comincia con “Impressioni di settembre”, un brano che mette insieme energia, melodia e una lieve nota di malinconia; gli ottimi riff di chitarra, uniti ad una buona voce, vi trasporteranno fino all’ultimo secondo. La presenza di numerosi assoli è uno dei vantaggi del brano, ma non bisogna dimenticare il lavoro svolto alla batteria, che riesce ad essere davvero notevole. Dopo l’ottima partenza, però, bisogna che vi sia un’altra traccia che si mantenga sullo stesso livello, o che riesca ad essere superiore alla precedente, per farsi che l'impatto risulti incisivo. Ecco dunque “American Dreams”, leggermente più energica della precedente: il cantato è per metà in italiano e per metà inglese e si adatta perfettamente alla presenza di numerosi assoli ed a riff tipicamente Hard Rock/Alternative; comunque nel complesso il brano è molto valido. Se finora siete rimasti colpiti da questo stile tutto particolare, sappiate che non avete visto ancora nulla: la strumentale “Long Road” vi farà letteralmente innamorare dei suoi assoli accompagnati da una serie di riff in acustica; un’ottima unione di melodia e potenza. Anche l'ultimo e successivo pezzo è degno di nota, “Fragile”, anche se questo è più sperimentale e necessita di essere compreso a fondo: vi è l’influenza di diversi generi e forse il sound “cupo” potrebbe spiazzarvi. Un plauso anche al tastierista, che interviene sempre nei momenti più opportuni e al bassista, che ha fornito un buon contributo. I Metamorfosi in Viola meritano certamente di essere ascoltati e, a parere del sottoscritto, sono tra i più innovativi della scena underground italiana.

VOTO: 7/10
-MasterEvil-



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domenica 16 marzo 2014

THUNDERPROJECT - VOL. 1


Premessa: il concetto di "band" sta radicalmente cambiando. È sempre meno raro imbattersi in musicisti in grado di cimentarsi con più strumenti, che danno vita ad ambiziosi progetti musicali completamente autosufficienti e nella stragrande maggioranza dei casi, di alta qualità. Dopo aver recensito "Eternal Bleeding" di Edoardo Napoli, mi accingo a recensire il prodotto di un altro progetto solistico: "Thunderproject" è la nuova creatura di Riccardo Scaramelli, polistrumentista, membro dei Bluerose, che ha forgiato questo album in modo totalmente autonomo curandone mastering, missaggio, arrangiamenti e composizione. Onestamente, è complicato definire un vero e proprio genere di riferimento per questo prodotto: è molto vario, si sentono influenze AOR così come si sentono influenze Prog, ma per facilitare lo inquadrerei semplicemente come Metal Melodico. È un disco sicuramente efficace grazie ad un bilanciatissimo rapporto melodia/potenza che investe l'ascoltatore e alla qualità tecnico-compositiva dei brani che si mantengono sempre su un livello più che discreto. Il primo brano, "Revolution", riassume in maniera sublime quanto detto in precedenza grazie ad un ritmo martellante e melodie quasi radiofoniche. Buona anche la successiva "Again", in cui si fa un uso più massiccio delle tastiere, mentre "Change to Change" è ascoltabile e nulla di più. "The Thunder" sembra arrivare direttamente dagli anni '80 mentre la successiva "Back to Paradise" è una semiballad intrisa di atmosfere e arpeggi Progressive. Il disco decolla definitivamente con la settima track, "Bad in the City", introdotta da una serie di arpeggi su scale orientali per sfociare in un brano potente ed emozionante, seguita poi da "The last Day" e "Firewind", canzoni molto più Heavy e veloci delle precedenti che rappresentano alcuni dei momenti migliori del disco. Tuttavia l'apice compositivo è rappresentato dal trio finale "Lost in Deja-vu", "The land of the Light" e "Into the Light", tutti brani con una fortissima componente Prog che "chiudono il cerchio" in maniera più che onorevole. Che dire? Il lavoro di Scaramelli, impeccabile anche nella produzione, rende il CD uno dei prodotti più interessanti ed eclettici nel panorama musicale italiano. Aspettiamo il Volume 2. Ben fatto.

VOTO: 8/10
-JACK-


sabato 8 marzo 2014

CANONI INVERSI - IKARUS


Talvolta è bello ascoltare generi differenti e sperimentare un qualcosa di nuovo, potrebbe venir fuori qualcosa di interessante. Ecco dunque i Canoni Inversi, una band che esce dagli schemi e propone una musica tutta nuova. Ci sono così tanti elementi e influenze di più generi che è difficile descrivere dettagliatamente l’album in questione. Ci proverò, dandovi un’idea molto precisa. Cominciamo da “Icaro”, una traccia melodica con un cantato piacevole da coinvolgere completamente l’ascoltatore; l’unione tra chitarra acustica e tastiera produce un ottimo risultato. L’atmosfera cambia però con “Castelli di Sale”, ottimo connubio tra Rock e Jazz; la prima parte non è subito assimilabile in quanto è un qualcosa di insolito, ma dopo esservi abituati sarete trasportati dalla melodia fino all’assolo finale. Personalmente mi ha fatto uno strano effetto, e credo che la riascolterò più volte. Se siete amanti delle atmosfere più pacate, allora “Il Tempo di Morire” fa a caso vostro: un cantato lento (talvolta vi è l’intervento del coro), un buon lavoro alla tastiera, e una serie di note di chitarra piuttosto rilassanti. Il vantaggio di ascoltare quest’album consiste nel non trovare una traccia simile alla precedente, e questo lo rende davvero originale. Merita di essere citata anche “Long Road”, che mette in evidenza il lavoro svolto alla chitarra elettrica. I numerosi assoli sono più che azzeccati e servono a conferire una maggiore energia al brano. In conclusione, vi consiglio vivamente l’acquisto di un album inimitabile e originale. Ideale per chi cerca un album genere musicale melodico e pacato allo stesso tempo.

VOTO: 8,5/10
-MasterEvil-



mercoledì 26 febbraio 2014

M.I.L.F. - HAPPY MILF



In cinque anni di giornalismo musicale ho recensito diversi dischi belli, originali e assolutamente non standardizzati, capaci ad elevarsi ad uno status più alto rispetto alle solite uscite che siamo abituati ormai ad assorbire. Nel Metal, specialmente, fra decine di gruppi che suonano un certo tipo di musica, ce ne saranno il 10% che hanno avuto la capacità e la caparbietà di proporre qualcosa di diverso della solita minestra. Il disco che mi capita fra le mani stavolta mi ha lasciato veramente basita e meravigliata. Il gruppo di chiama M.I.L.F. (pescaresi) e la proposta musicale è praticamente fuori dalla norma: un Rock sperimentale che guarda al Metal e al Jazz. Non esistono i testi ma solo vocalismi che spaziano dal Growl al cantato pulito e che lasciano annichilito l'ascoltatore, incapace di reagire di fronte ad una sperimentazione nel vero senso della parola. Il disco in questione prende il nome di "Happy Milf" e si presenta come primo lavoro (uscito per la Nitro Records nel 2011) del gruppo formato da 2 soli membri: Don Alejandro (vero nome Alessandro di Fabrizio, chitarra e voce) e Carlito (Carlo Neri, batteria) , veterani della scena perché attivi da dieci anni in altre realtà musicali. "Happy Milf" è un mini album composto da sei tracce strumentali ed eclettiche. Tutti i brani hanno un impianto musicale che varia, si passa da sfuriate ritmiche quasi Death e Hardcore (l'iniziale "Squirt"), a stacchi jazzistici dove spunta insieme al suono della chitarra elettrica, il suono di trombe ("Busty Japanese"). L'eclettismo musicale si rivela alla fine l'asse portante dell'opera e se un occhio di riguardo va indirizzato al lavoro di voce (se si ascolta si nota che non ci sono parole ma solo lamenti e gemiti), la parte del leone la fa soprattutto la sezione ritmica. I M.I.L.F. che ricordo sono alle prese con l'uscita del nuovo disco, hanno centrato pienamente il bersaglio, lasciando alla scena un lavoro di altissimo livello. Incredibili!

VOTO: 9/10
-Darkhaos-


giovedì 20 febbraio 2014

SIMULACRO - FALL OF THE LAST IDOL


Scoprire che nel 2013 sia stato prodotto un simile album è stato sorprendente, in quanto negli ultimi anni a moltissimi gruppi manca proprio l'originalità che dovrebbero avere. Ho intenzione di mettere in luce ogni singolo aspetto di questo capolavoro. Cominciamo con la mistica “Rex Tremendae Majestatis”: abbiate fiducia, perché dopo l’intro verrete travolti da una furia inimmaginabile; mi ha sorpreso in particolare il fatto che la parte finale venga cantata in italiano. I primi accordi sinistri del secondo brano “In the Temple of Ipocrisy” promettono molto bene e daranno spazio ad una serie di riff ossessivi e ad una batteria martellante; le brevi pause che vi saranno concesse contribuiscono a creare un’atmosfera quasi esoterica. Il massimo della potenza viene però raggiunto da “Alive”, ma non fatevi ingannare dai momenti un po’ più pacati e abbiate fiducia. La qualità di registrazione è piuttosto elevata e viene a crearsi un ottimo equilibrio tra i vari strumenti, in modo tale che ognuno abbia il giusto spazio; un plauso in particolare alla voce imponente che vi resterà certamente impressa. I riff di chitarra sono perfettamente a tema e rendono un forte senso di velocità, ma vi saranno invece tracce come “Burning Ruins Of Submission” dove il lavoro alla tastiera e alla batteria è meglio evidenziato. Quest’album manca della classica monotonia e dimostra di avere un proprio stile. Ricordiamoci comunque anche del lavoro svolto dal basso, che rende il sound più rifinito e completo. Questa è una delle opere di cui vi consiglierei vivamente l’acquisto.

VOTO: 8,5/10
-MasterEvil-



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mercoledì 19 febbraio 2014

REJEKTS - UNO-


Le etichette sono pesanti da digerire! Credo lo siano in tutti i contesti, ed in quello della musica anche più che in altri. Una delle domande più frequenti che ci vengono fatte, o che facciamo, è: "Ma che genere fanno?". Ecco, i Rejekts (band che ha i suoi natali nella zona fra Saronno e Milano, all'attivo già da un po', tenendo conto del fatto che il primo demo è del 2007 e che ce ne sono stati anche altri, intervallati da split tape e CD)  scrivono sulla loro pagina fb che suon
ano DarkGrind, ma anche Black Metal, Hardcore, Punk e via discorrendo. Io non sono bravo nell'etichettare le cose, ma posso dire questo: quello che fanno i Rejekts è suonare bene. Punto. "UNO-", loro primo full-length pubblicato nel 2013 da poco concluso, mi ha fatto davvero una grande impressione. I ragazzi ci mettono l'anima e si sente; questo lavoro è un crogiolo di tutti i generi menzionati prima che funziona perfettamente! Non è la solita accozzaglia di idee alla rinfusa sparse un po' a caso, ma un qualcosa di cattivo che batte e che si fa sentire in tutta la rabbia che si porta dentro. Nico "Noizee" ed "il Geometra" Paco, rispettivamente batterista e bassista, sono una garanzia: precisi, puntuali e cattivi..Un'ottima base di appoggio per le chitarre di Dave (anche ai growl) e Joe, che hanno cosi' la possibilità di tessere le trame dei pezzi dei Rejekts e fare in modo che il mood della loro musica cambi spesso e volentieri: dall'atmosfera Black della parte iniziale della prima traccia, "Evanescente Inverno", all'Hardcore Punk/Crust Di "Sub-morale" e de "L'Odio che hai Dentro", che sono fra le tracce che mi sono piaciute di più. Infine la voce: lo screaming di Black è viscerale, sporco ed aggressivo; in una parola, fantastico (a mio modesto parere, ovviamente)! Una menzione di merito va alle liriche, in italiano: testi semplici e d'attacco, nichilisti, senza bisogno di ulteriori spiegazioni. "Sento un odio venire da dentro, provo ribrezzo per quello che ho intorno; per questo mondo che fa vomitare e per la gente che mi vuole ingabbiare. Sento la morte dell'animo umano, sopraffatto dall'avidità". Chiaro, no? Bravi!

VOTO: 7/10

giovedì 6 febbraio 2014

INDICATIVE - 5 SHOTS // YELLOW SKY

L'ultima volta vi ho parlato degli Indicative, gruppo Post-Rock/Post-Metal davvero interessante; ora sono qui per recensire il loro secondo album, che devo reputare un vero passo avanti. Se prima la band aveva suoni originali però sporcati dalla registrazione "grezza" e magari qualche ripetizione, ora invece il gruppo propone un disco ("5 Shots / Yellow Sky") davvero molto più maturo, sia dal punto di vista della composizione che della registrazione. Quello che gli Indicative propongono con questo nuovo lavoro è un Post-Metal molto raffinato, con tempistiche e passaggi davvero particolari certe volte, e altre invece molto intriganti. Quella che reputo la traccia migliore è la seconda, "5 Shots", nonostante tutto il disco sia letteralmente costellato di passaggi che "intrappolano" l'ascoltatore in quella spirale di ritmi strani e coinvolgenti. Parlando singolarmente dei vari strumenti si può facilmente evincere che il lavoro è stato composto veramente bene da ogni punto di vista, nessuno escluso, considerando che la batteria si esibisce certe volte in virtuosismi veramente ottimi, mentre per il resto segue diligentemente tutto il restante dell'apparato strumentale; le chitarre propongono riff e ritmi davvero singolari e coinvolgenti, all'insegna del modernismo. Una componente che non evidenzio spesso nelle mie recensioni, ma che qua invece occupa un posto importante: il basso. Perfettamente intrecciato col resto della strumentazione da quel tocco quasi rimbalzante, che rende il tutto molto più soddisfacente. La seconda parte del disco è composta dalla canzone "Yellow Sky" (traccia di quasi 20 minuti) più alcuni remix, fatti abbastanza bene; il migliore che credo vada citato per forza è "OreiNoi", con sonorità glitch davvero ipnotiche, ottimo lavoro pure su questo punto di vista. Nonostante questo però la parte che preferisco del disco è la prima, più coinvolgente e composta in modo davvero ottimale. Il gruppo già col primo disco si era assicurato un posto tra i miei preferiti recensiti su questa webzine, ora invece scala la classifica portandosi tra i migliori che io abbia recensito per questo sito, ottimo lavoro.

VOTO: 8,5/10

-K0R3-


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martedì 7 gennaio 2014

DISMAL FAITH - MORPH






















Oggi parliamo del primo album di un gruppo Italiano, precisamente "Morph" dei DismalFaithQuello che la band propone è un miscuglio abbastanza indefinito di vari generi del Metal, di conseguenza cercare di definire questo lavoro con un solo termine sarebbe riduttivo. Fatta questa premessa, possiamo passare come al solito ad una carrellata di vari difetti e pregi di questo disco. Appunto perché è un mix di molti generi può piacere a molti di voi, e dal punto di vista di un ascoltatore di Nu, Industrial e Deathcore quale sono, posso dire che mi ha intrattenuto per tutta la sua durata, dalle parti violente e cadenzate quanto serve ai passaggi classici di alcuni generi sopra citati. La voce è invece l'antitesi di quello che ho appena descritto, in quanto risulta sempre potente e graffiante, come se la base strumentale fosse sempre incavolata. Ciò rende il tutto un po' monotono da questo punto di vista, ma si può dire che si nota poco, grazie alla variabilità della parte strumentale, che risulta -come già detto- veramente soddisfacente. Questa differenza si nota molto in tracce come "Skizotypal" e "Just a Bitch", che seguono ritmiche e generi totalmente diversi fra loro. Per concludere, l'elogio che posso fare al gruppo è di aver costruito un album vario, che piacerà a molte persone, grazie al polimorfismo dei generi musicali. Il voto viene leggermente (sapete che non interessa più di tanto a uno come me) dalla produzione, che in certi punti risulta abbastanza incomprensibile; ciò nonostante nel complesso tutto l'album è più che sufficiente. Un buon inizio!

VOTO: 7/10
-K0R3- 




Ascolto: http://www.youtube.com/watch?v=9YMM_wP0huM
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venerdì 20 dicembre 2013

SLIDEA - IL VERSO DELL'UOMO

Generalmente quando si pensa alla musica italiana si tende a distorcere il naso, in quanto è convenzione dire che la scena underground non ha band valide. Gli Slidea, che ho intenzione di recensire, vi faranno cambiare idea, grazie al loro Crossover sperimentale. Partiamo dall’opener “Questione di Gravità”: il brano esplode improvvisamente dopo una breve introduzione, per poi immergersi in un ritmo frenetico ma comunque piacevole; i testi in italiano sono ben costruiti e affrontato svariate tematiche. Se volete sentire qualcosa di fantastico, saltate la seconda traccia e godetevi “Disordine Mentale”; il ritmo è vario e per nulla monotono, le chitarre ricordano vagamente in alcuni tratti gli Slayer e la batteria martellante dà un senso di pesantezza all'ascoltato. Ad un certo punto momenti che definirei quasi “sinistri” si alternano ad una furia devastante, esempio perfetto è il brano “Ho bisogno del mio disordine mentale”.Chiusa questa parentesi, una traccia mi ha incantato in paricolar modo, costringendomi ad ascoltarlo diverse volte: sto parlando di “Il Giorno del Giudizio", le cui visioni apocalittiche calzano a pennello con la dinamicità e melodia; Nonostante alcuni momenti assumano lievi sfumature malinconiche, non preoccupatevi, perché gli ultimi secondi saranno davvero epici. Descrivere una traccia non sempre è facile, per esempio prendete in considerazione “Senza Tempo”: un insieme di melodie che non si ripetono mai e una struttura irregolare la rendono così unica da non trovare le parole giuste per esprimere il concetto. L’album termina in bellezza con “Addio”, il cui inizio malinconico dà spazio in seguito alla pesantezza a cui ormai siamo abituati. La voce, degna di nota, è in grado di regalarci un giusto equilibrio tra melodia ed aggressività; svariati e ben strutturati sono i riff di chitarra, accompagnati e valorizzati da un ottimo batterista. Un plauso anche al basso, che ha sempre svolto un ottimo lavoro; e alla tastiera, che interviene sempre al momento giusto. Il risultato? L’album merita, perché è un qualcosa di unico all’interno della scena italiana.

VOTO: 8/10

-MasterEvil-



Ascolto: https://www.facebook.com/Slidea?fref=ts
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domenica 15 dicembre 2013

GBMC - INSIDE THE SPECTRUM






















L'Italia oggi ci porta in un viaggio alle frontiere del Metal/Prog con i GBMC, band che propone un EP di quattro tracce, le cui ad un primo impatto possono risultare molto strane. La parte strumentale è molto buona: la chitarra ad esempio si articola in riffing complessi quanto serve; secondo me questa sezione è ciò che rende molto più positivo il giudizio su questo disco, dato che riesce a sollevare le pecche trovate nel resto della strumentazione, e non solo, infatti con certi riff "derivanti" dall'immenso "Weightless" degli Animal As Leaders, la parte di chitarra risulta quella migliore di tutto il disco, tralasciando la dissonanza in alcuni assoli. La voce tocca picchi veramente stupefacenti e ammalianti, anche se a volte risulta leggermente sottotono o semplicemente non in sintonia con la parte strumentale; e questa è una delle pecche che almeno io ho riscontrato nel disco, che per il resto si regge in piedi da solo. La batteria mi è fondamentalmente piaciuta e riesce ad accompagnare il resto, ma non aggiunge nulla; sarà forse per la "megalomania" (in senso positivo ovviamente) della chitarra, ma la batteria non mi è sembrata veramente a livello del resto. Tirando le somme, il disco è più che sufficiente, perché -come ho già detto diverse volte- la parte di chitarra è il cuore pulsante del tutto, e riesce realmente a sorprendere in ogni canzone. Un EP che fa trasparire grandi qualità dei membri.

VOTO: 6,5/10
-k0r3-



Ascolto: https://www.youtube.com/watch?v=WZDEZOpXt_4
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https://www.facebook.com/pages/GBMC/137721409754509

martedì 10 dicembre 2013

OVO – ABISSO






















Per inaugurare la collaborazione tra Sadik Underground Review e l’Electric Duo Project abbiamo scelto qualcosa di speciale: una bella recensione all’ultimo disco degli OvO, tra le band più amate ed odiate della scena avanguardista Italiana. I due musicisti Bruno Dorella e Stefania Perdetti (alias OvO) con “Abisso” si spingono oltre i propri limiti, oltre i costumi, gli schemi, le categorie, oltre tutto. “Abisso”, un sapiente mix di Noise, Drone e Industrial che abbraccia generosamente sonorità rituali, caotiche, psichedeliche e Sabbatthiane, attraendo a se come una calamita tanta sperimentazione avanguardista, malvagità ed aggressività. Non sono tanto uno da track by track, ma una cosa c’è da dirla: ogni canzone ha una stilistica diversa dalle altre, ma mantenendo comunque le basi delineate dalla band; se “Tokoloshi” vi ha fatto storcere il naso per le ritmiche Reggaeton, tenete conto che di Reggaeton non ne troverete più traccia. Le componenti elettroniche in alcuni brani non risultano un arricchimento come si potrebbe pensare, bensì chiariscono la personalità vera della band: quella rituale, tribale, delirante, struggente; quella che non nasconde più nulla, quella completa, minimalista, originale, imprevedibile, geniale. Ma questa volta gli OvO non deluderanno gli appassionati del Metal e dell’estremo: non mancano accenni al Doom, al Black, allo Stoner (“Ab Uno”) e al Grindcore (“Pandemonio”). E che dire della voce di Stefania, demoniaca ed aggressiva quanto mai; e non solo, anche sussurrata, melodica, delirante, malefica. Tra arpeggi, tremolii, ritmi sparati, intermezzi calmi, minimalismo, effettistica, diaboliche follie vocali e schizofrenia il caos regna. C’è davvero molta imprevedibilità, ad un primo ascolto non sapete dove i tentacoli vi trascineranno, ma “Abisso” piace sin da subito, spiazza, affascina, incuriosisce, vuol farsi capire. Ascoltare per credere.

VOTO: 8/10
-SADIK- 



Ascolto: http://www.youtube.com/watch?v=28UZcgQ9gN8
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https://www.facebook.com/pages/OvO/199733020041914?fref=ts

lunedì 11 novembre 2013

DORMIN – PSYKHE COMATOSE DISORDER






















"Mother forgive me for...
Covering my eyes.
Now die for me...
And let me exist again"

Così voglio iniziare, con il finale, con la soluzione, con l’ultima frase. “Psykhe Comatose Disorder” è dolore convertito in musica: l’album è frutto di un bruttissimo periodo passato dal cantante-chitarrista Rex, dovuto a causa della morte della propria madre. Vi parlo da grande stimatore -e fan- della band: riuscire a trasmettere così tanto in maniera chiara e comprensibile è cosa difficile, sia in campo compositivo sia in campo narrativo (ho avuto un occhio di riguardo anche per i testi; ottimi). Ecco, già che ci siamo, la parte compositiva: personalmente fatico a trovare un descrizione esatta… Probabilmente perché una cosa simile non si era mai sentita, o forse perché la musica sta in ciò che sente il cuore e non in ciò che odono le orecchie? Probabilmente è solo un mio delirio e non centra, o forse no, ma se devo proprio trovare un modo tecnico per descrivere il prodotto dei Dormin ho ritrovato varie influenze da parte del Doom e Black Metal, Shoegaze, Blackgaze, e forse un qualcosa di “Post-” Guarda a caso si viene a contatto con un qualcosa di non troppo delineato in schemi precisi; il tutto risulta molto difficile da descrivere e spiegare, anche se probabilmente è anche colpa della personalità poco chiara. Tra riffing Blackeggianti, arpeggi, pause atmosferiche, ritmi fulminei e lenti -tipici del Doom- si erge un’eccellente interpretazione vocale, composta da varie tipologie di scream e cleans pieni di rabbia e dolore. A livello emotivo c’è davvero di tutto: dall’odio alla rabbia, dall’esasperazione all’oppressione, dal dolore al soffocamento; disagio su disagio, stati mentali su stati mentali creano un ambiente alquanto lugubre e struggente. Ma alla fine non voglio spoilerarvi tutto: vi dico però molta dell’essenza è contenuta nella ballad finale “Metempsychosis (The Nightwind whispers a Lullaby)”; una canzone veramente emozionante e penetrante. Ora non rimane altro se non comprendere e sentire il disco ascoltandolo, ma spetta a voi questo; cosa aspettate?

VOTO: 7,5/10
-SADIK-