Intervista ai Male mISANDRIA

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Mooth - Slow Sun

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Dogmate - Hate

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domenica 13 aprile 2014

ALLAN GLASS - MAGIKARP


L’album in questione è un po’ particolare, difficile da dire se in modo positivo o meno però. La prima traccia “La Tua” si apre con semplici riff che sfociano in un ritmo quasi “tribale”, ma lascia un senso di incompletezza in quanto ha una durata brevissima. Tralasciata questa "premessa", prendiamo in considerazione la seguente “E' Difficile”: in apertura troviamo una serie di riff che ricordano molto lo Stoner Rock, ma diviene un po’ troppo caotica dopo la parte vocale; il suono sarà pure grezzo quanto basta, ma manca una sorta di armonia tra la parte strumentale e quella cantata. Questa era solo la seconda traccia, e giudicare da subito un album non sarebbe giusto: senza seguire l’ordine della tracklist, prendiamo in considerazione “L’estate non Conta (Pt.1)”: i riff sono vari e accompagnati da una batteria incalzante; stesso sound, ma la voce in alcuni tratti è appena percettibile (del resto, anche la qualità di registrazione ha un ruolo importante nella realizzazione di un album). Più interessante però è la malinconica “L’estate non Conta (Pt.2)”, sicuramente una delle migliori. Più sperimentale è invece l’ultimo brano “Nell’Ora della nostra Morte”, dove abbiamo l’intervento della tastiera; personalmente mi ha dato una strana sensazione, sembra proporre un’atmosfera quasi futuristica. Descrivere il lavoro track by track sarebbe troppo ripetitivo, ho preferito darvi un’idea generale; non siamo di fronte ad un capolavoro, ma nemmeno ad un’opera mal riuscita, pertanto, il mio giudizio cercherà di far “incontrare” i due opposti.

VOTO: 6/10
-MasterEvil-


mercoledì 9 aprile 2014

GALAKTIK CANCER SQUAD - GHOST LIGHT


Se c’è un album che mi ha sorpreso nel 2013, quello è sicuramente “Ghost Light” dei Galaktik Cancer Squad, una one man band tedesca che ricompare sulla scena dopo 3 album in digitale con la quarta fatica. Come già detto in precedenza, tutto il progetto è in mano ad un solo uomo: Argwohn. Il tipo di musica proposta è molto ambiziosa: si tratta di Melodic Black Metal con forti influenze Post-Rock; due generi che di solito sono del tutto incompatibili, ma il nostro Argwohn è riuscito a creare un armonioso connubio di essi che presenta qualche sprazzo di Death Metal qua e là. Prima di passare alla descrizione delle tracce che più mi hanno colpito è opportuno spendere qualche parola sulla tecnica strumentale del musicista. Ogni singolo strumento, infatti, è suonato egregiamente, presentando una grande varietà compositiva (dovuta soprattutto alle influenze da tanti generi diversi sopraelencati) sia per quanto riguarda i riff e gli assoli di chitarra, che sanno essere malinconici e tristi -ma anche energici e tritaossa come solo il Black Metal più grezzo sa essere-, sia per quanto riguarda la batteria, che spazia dai blast beat ai ritmi più classici, senza mai annoiare l’ascoltatore. Ora viene il momento più difficile: le canzoni. È una delle parti più complicate di questa recensione per il semplice fatto che queste tracce, pur essendo poche (5 in totale), comunicano tutte qualcosa di diverso e unico, passando da ritmiche tipicamente Melodic Death Metal con riff armonizzati in stile Insomnium (come nella seconda traccia “When the Void Whispers my Name”) ad arpeggi sognanti e malinconici (come alla fine di”Ethanol Nebula” e ancora di “When The Void Whispers My Name”), o di nuovo a riff Black Metal come nell’opening “Ethanol Nebula” e in “In Lichterlosen Weiten”. Una delle cose che più ho apprezzato in questo disco è anche la presenza di elementi Post Rock/Shoegaze, che danno quel tocco di tristezza e rassegnazione in più che in questo stile di musica non guasta mai, così come l’arpeggio di pianoforte inserito nella terza track, il quale dà l'impressione della calma prima della tempesta, per poi esplodere in una bufera Black Metal. Ed è questo ciò che veramente stupisce: l’originalità e la varietà di stili che sono perfettamente amalgamati così che i passaggi da arpeggi melodici a riff un po’ più incazzati non risultano mai forzati, ma del tutto naturali. È come se in questo disco la musica rappresentasse il dualismo dell'animo umano, da un lato compassionevole ed emotivo, dall'altro brutale e violento. È raro ormai trovare musicisti in grado di creare da soli dei capolavori di questo calibro e credo proprio che Argwohn sia riuscito a creare qualcosa di innovativo ed originale che riuscirebbe a colpire qualunque amante della musica estrema e non. Detto questo, sono fiero di possedere una copia di questo fantastico disco che continuerà ad accompagnarmi per molto tempo con la sua emotività e la sua ferocia.

VOTO: 8/10
-Lo Strano-



sabato 29 marzo 2014

METAMORFOSI IN VIOLA - KAIROS


Forse quattro brani sono pochi per poter dare un giudizio completo su una band, ma cercherò di essere il più preciso possibile per rendervi al meglio l’idea. Il disco dei Metamorfosi in Viola, "Kairos", comincia con “Impressioni di settembre”, un brano che mette insieme energia, melodia e una lieve nota di malinconia; gli ottimi riff di chitarra, uniti ad una buona voce, vi trasporteranno fino all’ultimo secondo. La presenza di numerosi assoli è uno dei vantaggi del brano, ma non bisogna dimenticare il lavoro svolto alla batteria, che riesce ad essere davvero notevole. Dopo l’ottima partenza, però, bisogna che vi sia un’altra traccia che si mantenga sullo stesso livello, o che riesca ad essere superiore alla precedente, per farsi che l'impatto risulti incisivo. Ecco dunque “American Dreams”, leggermente più energica della precedente: il cantato è per metà in italiano e per metà inglese e si adatta perfettamente alla presenza di numerosi assoli ed a riff tipicamente Hard Rock/Alternative; comunque nel complesso il brano è molto valido. Se finora siete rimasti colpiti da questo stile tutto particolare, sappiate che non avete visto ancora nulla: la strumentale “Long Road” vi farà letteralmente innamorare dei suoi assoli accompagnati da una serie di riff in acustica; un’ottima unione di melodia e potenza. Anche l'ultimo e successivo pezzo è degno di nota, “Fragile”, anche se questo è più sperimentale e necessita di essere compreso a fondo: vi è l’influenza di diversi generi e forse il sound “cupo” potrebbe spiazzarvi. Un plauso anche al tastierista, che interviene sempre nei momenti più opportuni e al bassista, che ha fornito un buon contributo. I Metamorfosi in Viola meritano certamente di essere ascoltati e, a parere del sottoscritto, sono tra i più innovativi della scena underground italiana.

VOTO: 7/10
-MasterEvil-



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sabato 8 marzo 2014

CANONI INVERSI - IKARUS


Talvolta è bello ascoltare generi differenti e sperimentare un qualcosa di nuovo, potrebbe venir fuori qualcosa di interessante. Ecco dunque i Canoni Inversi, una band che esce dagli schemi e propone una musica tutta nuova. Ci sono così tanti elementi e influenze di più generi che è difficile descrivere dettagliatamente l’album in questione. Ci proverò, dandovi un’idea molto precisa. Cominciamo da “Icaro”, una traccia melodica con un cantato piacevole da coinvolgere completamente l’ascoltatore; l’unione tra chitarra acustica e tastiera produce un ottimo risultato. L’atmosfera cambia però con “Castelli di Sale”, ottimo connubio tra Rock e Jazz; la prima parte non è subito assimilabile in quanto è un qualcosa di insolito, ma dopo esservi abituati sarete trasportati dalla melodia fino all’assolo finale. Personalmente mi ha fatto uno strano effetto, e credo che la riascolterò più volte. Se siete amanti delle atmosfere più pacate, allora “Il Tempo di Morire” fa a caso vostro: un cantato lento (talvolta vi è l’intervento del coro), un buon lavoro alla tastiera, e una serie di note di chitarra piuttosto rilassanti. Il vantaggio di ascoltare quest’album consiste nel non trovare una traccia simile alla precedente, e questo lo rende davvero originale. Merita di essere citata anche “Long Road”, che mette in evidenza il lavoro svolto alla chitarra elettrica. I numerosi assoli sono più che azzeccati e servono a conferire una maggiore energia al brano. In conclusione, vi consiglio vivamente l’acquisto di un album inimitabile e originale. Ideale per chi cerca un album genere musicale melodico e pacato allo stesso tempo.

VOTO: 8,5/10
-MasterEvil-



mercoledì 26 febbraio 2014

M.I.L.F. - HAPPY MILF



In cinque anni di giornalismo musicale ho recensito diversi dischi belli, originali e assolutamente non standardizzati, capaci ad elevarsi ad uno status più alto rispetto alle solite uscite che siamo abituati ormai ad assorbire. Nel Metal, specialmente, fra decine di gruppi che suonano un certo tipo di musica, ce ne saranno il 10% che hanno avuto la capacità e la caparbietà di proporre qualcosa di diverso della solita minestra. Il disco che mi capita fra le mani stavolta mi ha lasciato veramente basita e meravigliata. Il gruppo di chiama M.I.L.F. (pescaresi) e la proposta musicale è praticamente fuori dalla norma: un Rock sperimentale che guarda al Metal e al Jazz. Non esistono i testi ma solo vocalismi che spaziano dal Growl al cantato pulito e che lasciano annichilito l'ascoltatore, incapace di reagire di fronte ad una sperimentazione nel vero senso della parola. Il disco in questione prende il nome di "Happy Milf" e si presenta come primo lavoro (uscito per la Nitro Records nel 2011) del gruppo formato da 2 soli membri: Don Alejandro (vero nome Alessandro di Fabrizio, chitarra e voce) e Carlito (Carlo Neri, batteria) , veterani della scena perché attivi da dieci anni in altre realtà musicali. "Happy Milf" è un mini album composto da sei tracce strumentali ed eclettiche. Tutti i brani hanno un impianto musicale che varia, si passa da sfuriate ritmiche quasi Death e Hardcore (l'iniziale "Squirt"), a stacchi jazzistici dove spunta insieme al suono della chitarra elettrica, il suono di trombe ("Busty Japanese"). L'eclettismo musicale si rivela alla fine l'asse portante dell'opera e se un occhio di riguardo va indirizzato al lavoro di voce (se si ascolta si nota che non ci sono parole ma solo lamenti e gemiti), la parte del leone la fa soprattutto la sezione ritmica. I M.I.L.F. che ricordo sono alle prese con l'uscita del nuovo disco, hanno centrato pienamente il bersaglio, lasciando alla scena un lavoro di altissimo livello. Incredibili!

VOTO: 9/10
-Darkhaos-


domenica 8 settembre 2013

MYR - DAYS OF CONVERGENCE






















Non so nemmeno io da dove cominciare per recensire questo disco. "Days of Convergence" è probabilmente uno degli album più particolari, rari, originali che abbia mai sentito, ma andiamo con ordine. I Myr nascono nel 2009, dall' evoluzione di un progetto post rock nato nel 2003, e dopo un lungo periodo di ricerca musicale, scrivono e registrano questo loro primo album, pubblicato da Areasonica Records a Marzo. Il genere che propongono i nostri è -preparatevi- inclassificabile. Prog metal? Post Metal? Crossover? Rock sperimentale? Art rock? Il disco è un vero e proprio intreccio di stili, dal Metal nudo e crudo all' elettronica, è prodotto in maniera eccellente, così da risaltare l'abilità tecnica dei musicisti. L' unica band che potrebbe in qualche modo ricordare i Myr è la mitica band di Maynard James Keenan e Adam Jones: i Tool. Dai Losangelini ereditano infatti la mania di inserire campionamenti un po' dappertutto e un "Wall of sound" veramente pazzesco, con la sezione ritmica che si cimenta in ritmi rigorosamente dispari e un tappeto di intrecci elettronici che conferiscono un tono claustrofobico all' album. Le canzoni hanno quasi tutte una durata che va oltre i 6 minuti, così come l' opener "Apprentice", ricca di riff e di cambi di tempo, per la quale è stato anche prodotto un video, che passa poi il testimone a "Filler" (il nome inganna), poi a "Land Art" e alla stranissima "Diva". Tocca poi a "Connections", miglior momento dell' album, che parte con riff pesanti come macigni per poi calmarsi come un mare dopo una notte tempestosa.. e poi? E poi di nuovo, giri di chitarra distruttivi fino alla fine. Ottima anche la successiva "December" e discreta la conclusiva "To Err is Human". Da sottolineare è il lavoro del singer Enrico Giannacco, vero protagonista dell' opera essendo anche mastermind del gruppo, che interpreta in modo eccellente i brani del platter con la sua voce profonda e versatile. "Days of Convergence" non è un disco per tutti, ma ha un fascino e un alone di mistero che è veramente intrigante. Non è perfetto -a volte sono un po' ripetitive le linee vocali e in alcuni casi la durata dei brani potrebbe essere sfruttata meglio- ma la qualità è indiscutibilmente alta. Surreale.

VOTO: 8/10
-JACK-



Ascolto: https://www.youtube.com/watch?v=CO5o9tQMRvY
Facebook: 
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