Intervista ai Male mISANDRIA

Clicca e leggi l'intervista.

Mooth - Slow Sun

Clicca e leggi la recensione

Dogmate - Hate

Clicca e leggi la recensione

Visualizzazione post con etichetta Recensioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Recensioni. Mostra tutti i post

mercoledì 27 agosto 2014

A.O.S. - THROUGH THE EYES OF A GLORIOUS RAVEN


Oggi si parla di Hardcore e “derivati” (tipo il latte, ma più pesante sullo stomaco). Mi appresto a recensire “Through the Eyes of a glorious Raven”, EP d’esordio degli A.O.S (Anthem of Sickness), una band che si presenta come "Blackened Hardcore". Comincerei precisando che non sono mai stato incline alle definizioni, già in campo Metal è difficile ultimamente, ma se è possibile nell’ambito del tanto amato HC è ancora peggio. Di bBackened inteso come suggestioni o influenze Black Metal personalmente non ne sento, mi azzarderei a definirli “Negative Hardcore”, infatti questi A.O.S. mi ricordano gruppi come gli inglesi Dead Swans, o i nostrani Aperture come tipo di proposta, spaziando da un buon Hardcore di stampo squisitamente new school, giungendo a qualche momento quasi Screamo, per finire con qualche sfumatura che può ricordare la prima ondata Metalcore in stile Atreyu soprattutto per i momenti un po’ più Hard Rock, che si possono notare durante gli assoli di chitarra (sì, ci sono perfino degli assoli); insomma musica veloce, pogabilissima, con tinte oscure e tristi: non c’è dubbio che i ragazzi esprimano una certa dose di amarezza con la loro musica. Insomma, direi che il nome dica già tutto, infatti la malattia non gli manca di certo. Come dire... La carne al fuoco è parecchia ed è anche cotta con una certa perizia; i ragazzi fanno il loro porco lavoro con riff veloci e aggressivi lasciandosi però andare anche a sprazzi melodici o riff lenti e ripetitivi, che sanno di disperazione e malinconia a palate; la batteria “tarella” -come si dice dalle mie parti- ma segue più o meno il copione base del genere, un onestissimo “tupa- tupa” che mi fa sempre piacere ascoltare con qualche blast-beat qua e là. Il basso mi è parso un po’ coperto da un mix che forse non rende giustizia al lavoro nel suo insieme, anche se il tutto risulta comunque potente e d’impatto. La voce purtroppo non è molto varia: un buonissimo low-scream tento magistralmente per tutta la durata dell’EP, ogni tanto fa capolino un po’ di growl, ma sono episodi isolati. Mi sento di promuovere gli A.O.S.: anche se non a pieni voti, le idee ci sono tutte, vanno riorganizzate un attimo, ma per essere un debutto va più che bene... Direi che da loro ci si possono aspettare grandi cose per il futuro!


VOTO: 6,5/10
-Black-



lunedì 28 luglio 2014

RAINOVER - TRASCENDING THE BLUE AND DRIFTING INTO REBIRTH


"La semplicità è l'estrema perfezione". Questa frase, attribuita a Leonardo da Vinci, racchiude una verità spesso dimenticata. "La semplicità (è), cosa rarissima ai nostri tempi" diceva Ovidio duemila anni fa. Chissà che cosa direbbe oggi, di fronte alle complicazioni inutili di una vita che deve essere sempre più decodificata per essere compresa. L'arte, da sempre specchio della società è andata di pari passo e spesso di perde in divagazioni teoretiche, citazionismi e complessità. Riacquistare la leggerezza e affidarsi a una sottrazione è l'unica via per raggiungere il cuore, le emozioni. La musica deve ricercare questo. Io non so se Ovidio e Da Vinci avrebbero apprezzato il suono degli spagnoli Rainover, ma indubbiamente ne avrebbero condiviso l'intento artistico. Ogni nota che troverete in questo "Transcending the Blue and Drifting into Rebirth" è un necessitato tassello che costituisce una cattedrale. Il suo stile lo potremmo definire Romanico. Nessun eccesso barocco, nessuna inutile ridondanza. Ciò non significa povertà negli arrangiamenti e nei suoni, ma una ergonomia vicina al design più ricercato. Un minimalismo capace di racchiudere il sublime. Per raggiungere questo è necessaria maturità, consapevolezza e una grande preparazione. Prendiamo per esempio la meravigliosa opener "Rebirth": una canzone perfetta. Ogni linea vocale, ogni passaggio strumentale, sembra fatto apposta per arrivare diretto al cuore. I suoni, estremamente curati ma caldi e naturali, sono la cornice perfetta che permette di apprezzare appieno questo gran bel disco, che non mi limito a consigliare agli amanti delle sonorità Gothic Rock. Il grande pregio di questa band, guidata dalla front-woman Andrea Casanova, è quello di essere accessibile a chiunque. Dagli amanti del Pop, ai più incalliti metallari.

VOTO: 9/10
-BERTUZZ-



lunedì 21 luglio 2014

MINTMOON - DEMOTAPE 2014


Prove interminabili e cazzeggio in una cantina insonorizzata da contenitori per uova: rito d’iniziazione per qualsiasi band agli inizi del proprio percorso. Il principio del "do it yourself", pilastro fondamentale dell’estetica Punk degli albori, trasuda in questo demo dei Mint Moon, giovanissima formazione di Ferrara, nata nel gennaio del 2014. In puro stile lo-fi, la qualità della registrazione è molto artigianale e spiccia. Il demo si apre con un pezzo strumentale, “Spring in Bloom”, nel quale sonorità Garage si mescolano a virtuosismi tipici degli anni '70; un modo insolito e, a mio avviso, inaspettato per aprire un lavoro di questo tipo.  “Let’s Start” è una canzone tipicamente Punk: rozza e poco complessa;  la voce del cantante, acerba e fuori tempo, ci accompagna in questo pezzo divertente e scanzonato, che fa scattare immediatamente la voglia di pogare col vicino. Tutti sull’attenti, sta arrivando un ragno argentato... Con la batteria che a più riprese suona una sorta marcia militare, “Silver Spider” è un pezzo veloce, a tratti tetro ma molto energico e rumoroso. Con una batteria molto Grunge, “Violent Valentine” è il pezzo più riuscito di questo lavoro: ben strutturato a livello di strofe e chorus, ritmo trascinante e ritornello facilmente “assimilabile”, con una bella chitarra distorta al minuto 1:41. Nel complesso, questo "Demotape 2014" contiene quattro canzoni molto diverse tra loro. A volte la varietà può rappresentare un punto di forza ma, in questo caso, non si riesce a capire verso quale direzione vogliano andare i Mint Moon. Questa affermazione non deve però essere interpretata come la volontà della sottoscritta di dover necessariamente incasellare qualsiasi demo o album in un genere musicale specifico... Questo gruppo è sorto da poco, ed è comprensibile che sia in cerca di una propria identità specifica. Anche l’ascoltatore un po’ distratto, non faticherà a percepire che questi ragazzi suonano divertendosi e questo è, senza dubbio, un presupposto imprescindibile per migliorarsi in futuro. 

VOTO: 4/10
-Nicole Sartori-



domenica 20 luglio 2014

PROFANE CREATION - NEMA


Se siete degli appassionati di calcio sicuramente il Brasile sarà per voi una terra di amaro ricordo, ma se siete degli appassionati di musica Black voglio presentarvi i Profane Creation e il full lenght “Nema” marcato '95. La band ci propone 8 tracce potenti e dal sound grezzo, angoscioso e cattivo, chitarre e tastiere fanno da protagoniste in un lavoro sicuramente apprezzabile. A partire dalla traccia d’apertura “Prelude” è possibile ascoltare un Black Metal old school, cupo e misterioso dai riff straripanti e da un growl maligno e rabbioso. Le restanti sette tracce non subiscono particolari stravolgimenti a livello compositivo, i nostri comunque non annoiano l’ascoltatore, mescolando al Black anche influenze di altri sottogeneri del Metal, non a caso nella terza e quarta traccia “The Cross of the Dead” e “Under full Moon” troviamo riff che sfociano anche nel Thrash e nel Death. Le quattro tracce finali “Angel’s Tears”, “Final Lamentation”, “No mercy” e “Creatures of the Night” invece prendono ispirazione dal Symphonic Black: chitarre e tastiere incastonate fra loro creano grande emotività, malvagità e solitudine seguite da una timbrica vocale alternata fra growl e scream, il tutto rende al meglio e mi ha reso piacevole l’ascolto. Probabilmente stando nel 2014 vi risulterà difficile apprezzare un lavoro simile, considerando che non sarete certo nuovi all’ascolto di band Black Metal che mescolano altri sottogeneri nelle loro opere, ma se consideriamo che questo è un lavoro rilasciato ben nove anni fa, beh direi che le cose cambiano. Ad ogni modo non mi hanno deluso, anche se a volte mi sarei aspettato qualcosa in più.

VOTO: 6,5/10
-Frost-



giovedì 17 luglio 2014

USHAS - VERSO EST


“La strada corre, motociclette e un valzer di cilindri, guardando sempre verso il sacro Tibet. Verso est…”. Parole con cui si presentano gli Ushas, e non potevano essere più azzeccate. Band attiva dalla seconda metà degli anni novanta, vede attualmente Filippo Lunardo alla chitarra, Giorgio Lorito alla voce, Guido Prandi al basso e Giorgio Ottaviani alla batteria. Anche ad un orecchio un po’ distratto, non risulterà difficile intuire che questi ragazzi sono cresciuti a pane ed AC/CD, Deep Purple, Black Sabbath, dando vita a un Hard Rock/Heavy Metal genuino e potente. “Verso Est” è il loro primo album, dopo due singoli (“Io non sono qui” e “Shri Heruka”) pubblicati nell’estate del 2013. Gli Ushas non nascondono il loro amore per il viaggio, le due ruote,  l’Oriente e la filosofia tibetana… “Verso Est” è tutto questo, e non solo. Analizzando più dettagliatamente questo lavoro, la track numero uno, “Fuorilegge”, può essere considerata il biglietto da visita della band: Rock veloce ed energico e un testo che fa della strada (“questa strada è la mia amante”) e della notte l’habitat naturale del vero rocker, immaginandolo magari sfrecciare su una Harley-Davidson o una Triumph incurante dei limiti di velocità e degli autovelox. “Sangue e Carne” è un altro pezzo molto poderoso, dove la chitarra la fa da padrona, con giri e distorsioni tipici del Hard Rock anni ’70 ma non per questo meno efficaci e coinvolgenti. Anche in “Io non sono Qui” la chitarra ha il ruolo da protagonista, ma l’Oscar ex aequo se lo aggiudica la batteria, bella grintosa e aggressiva (soprattutto al minuto 2:36). In generale, questi tre pezzi, “liricamente” parlando, hanno al loro interno tutto l’immaginario del viaggio on the road, della leggendaria route 66, del tema primordiale del Rock: la libertà, intesa in tutte le sue sfumature. “La via della Seta” è quasi un intermezzo, una pausa ristoratrice dopo i primi pezzi all’ennesima potenza. Questa ballad è sinuosa e delicata come il tessuto di cui si parla, una carezza piacevole per le orecchie. “Verso Est”, a discapito di un testo poco pretenzioso, colpisce per la chitarra in levare intorno al minuto 2:16. “Shri Heruka” si caratterizza per un rapporto all’apparenza contrastante tra testo e musica: un invito alla meditazione (“adesso danza nell’estasi”) attraverso sonorità e ritmo molto energici. Questo paradosso non risulta però stridente, anzi, crea un mix esplosivo. “Dai Tetti di Gaden” è la seconda ballad presente nell’album: con un’intro che ricorda vagamente “The end” dei Doors, la chitarra accompagna dolcemente l’ascoltatore tra le mura del monastero tibetano a cui si fa riferimento nel titolo per poi rivelarsi in tutta la sua potenza a due minuti dalla fine. “Desperados” è invece un pezzo accattivante, molto veloce e serrato. Ascoltandolo, mi sono immaginata Lorenzo Lamas nella serie tv “Renegade”. Chi più di lui è un desperado, sempre in fuga, in sella alla sua moto? Il viaggio degli Ushas è quasi alla fine, mancano infatti “Yama” e “Maledetta Notte”: entrambe molto Speed ma se la prima si caratterizza per un Hard Rock d’annata, con l’inserimento dell’armonica a bocca a fare da ciliegina sulla torta; la seconda si apre con un riff trascinante e con il cantante che di fronte a proposte più o meno libidinose e lussuriose di una signorina (o sono due, tre?)  risponde: “maledetta notte, voglio andare a casa mia”!!! (il che mi ha molto divertito). Concludendo, nel complesso “Verso Est” è un album con una propria e ben delineata identità, che non nasconde le proprie fonti d’ispirazione, utilizzandole in maniera personale e ragionata. L’unica pecca forse sono i testi non molto ricercati ed originali. L’entusiasmo a questo gruppo non manca e questo è un buon inizio. Per ciò che riguarda il futuro, come dicono gli inglesi “we’ll see”.

VOTO: 6/10
-Nicole Sartori-



martedì 15 luglio 2014

MY TIN APPLE - THE CROW'S LULLABY


Ogni canzone ha lo scopo di raccontarci una storia. Alcuni generi, in particolar modo l'Epic e il Power Metal, cercano di fare di ogni propria canzone una piccola saga epica, un po' alla ricerca di una continuità con la grande musica classica alla quale, come è noto, spesso si rifanno, e un po' per il loro rapporto privilegiato con tematiche legate alla letteratura fantasy, romantica e gotica. Assai più raro è invece trovare un gruppo che prova a fare di ogni suo pezzo una piccola favola. La ragione probabilmente risiede nella complessità di concentrare in pochi minuti, relativamente poche parole e, soprattutto, coniugare il tutto alla musica e alle peculiarità di più musicisti, uno strumento di narrazione, la favola, che si perde nella notte dei tempi. Più antica della scrittura stessa, la favola presenta una profondità spesso molto più difficile da cogliere di quello che può sembrare ad un primo e disattento sguardo. Le favole sono le attrici della tragedia greca nella narrazione: il loro scopo, e volto, legato a temi ancestrali ed intimi della natura umana, è celato dalla maschera di un intreccio apparentemente semplice, quasi banale. I ragazzi dei My Tin Apple, col loro album “The Crow's Lullaby”, provano a tramutare questa particolare difficoltà in un mezzo per poter esprimere qualcosa d'innovativo. Ogni loro pezzo si presenta come una breve favola postmoderna, dove convivono scenari onirici con morali legate a una realtà deprimente e cinica. Alla ricerca di un costante equilibrio tra queste due componenti contrapposte, in un lavoro di dissimulazioni che ben si presta al carattere della favola, i My Tin Apple (che da qui abbrevieremo in MTA) hanno cercato di dar vita a un suono proprio, da loro indicato come “tin rock; un sound sperimentale alla cui principale componente Prog Rock  si aggiungono sonorità Metal e, soprattutto, distorsioni e suoni elettronici ottenuti grazie al sintetizzatore suonato da Massimiano Cecchi. I temi trattati dai testi per mezzo della favola presentano una certa varietà ed originalità (da segnalare in particolare i due pezzi “The Flight of Cameleon” and “Pixel”). A suscitare qualche perplessità sotto questo aspetto è, invece, la prima traccia che fa da introduzione e da titolo all'album, “The Crow's Lullaby” (la ninna nanna del corvo): un pezzo completamente a cappella, cantato da una voce femminile con tonalità che riecheggiano atmosfere orientali. La performance in sé è convincente, ma per quanto ci si possa sforzare a venire incontro alle intenzioni dei MTA, viene difficile associarlo sia a una ninna nanna, sia a un corvo. Ciò può apparire come un dettaglio, ma occorre ricordare quanto sia fondamentale nelle intenzioni di questo album accompagnare l'ascoltatore verso gli scenari onirici immaginati dai MTA alla ricerca di ciò che si definisce come “sospensione dell'incredulità”, ossia la capacità dell'artista di trasportare la mente di chi fruisce della sua arte verso il mondo da lui immaginato. Una volta cominciato l'album vero e proprio con la seconda traccia, “Snow White”, fortunatamente l'esecuzione musicale comincia  a prestarsi alle tematiche ricercate dai MTA. La voce di Gianluca Gabriele col suo tono efebico, spesso sussurrato, nonostante un inizio incerto dove non sembra riuscire a seguire il resto del gruppo, svolge abbastanza bene il compito di accompagnare l'ascoltatore nel mondo dell'assurdo ritratto dalla canzone, dove “le lumache si spostano veloci su sfere volanti”. Purtroppo, nel corso delle altre undici canzoni, le tonalità della voce non sembrano voler mutare, neanche laddove ci sarebbe bisogno di un timbro decisamente diverso. Il risultato nel complesso è comunque discreto e i testi si prestano bene alla voce pulita da giovane bardo di Gianluca, che però avrebbe potuto provare a recitarli meglio, osando un po' di più laddove ce ne sarebbe stato più bisogno. A livello strumentale la parte principale, e migliore, del lavoro, è svolta dal sintetizzatore e dai suoi echi e rimbombi. Da questi suoni segue il ritmo di tutti gli altri strumenti, soprattutto la batteria che lavora molto bene con le linee tracciate dal sintetizzatore. Solo basso, purtroppo, sembra venir messo n disparte Il risultato, durante queste parentesi di contaminazione tra acustica ed elettronica, è un suono bizzarro, ma affascinante, soprattutto nelle tracce “Sequoia” e “Dalì”. Purtroppo però le parti squisitamente acustiche e, soprattutto, quelle più vicine a sonorità metal, non possiedono la stessa forza d'attrazione rispetto alle parti dove è presente il sintetizzatore. I MTA sono tecnicamente capaci. Tuttavia appare, nelle parti esclusivamente acustiche, che nel cercare di voler mostrare le proprie virtù con i propri strumenti, finiscano per sacrificare l'originalità mostrata nelle parti più sperimentali, oltre che “ignorare” le tematiche che si vogliono esprimere in nome di un suono certamente pulito ma, in questo caso, purtroppo non molto originale. In più punti dell'album capita di sentire un riff di chitarra tipicamente metal, quasi epic, magari godibile se preso a parte, ma del tutto alieno rispetto al resto della canzone. Nel complesso l'album sembra perciò far capolino da una parte all'altra di due anime, quella “contaminata” dominata dal sintetizzatore e quella esclusivamente acustica, senza che queste riescano a venire davvero in contatto tra di loro. La parte “contaminata” magari non incontrerà il favore dei puristi del genere, ma dimostra una spiccata personalità e, soprattutto, è in linea con lo stile e quella ricerca di originalità rincorsa dai MTA, nonché rappresenta al meglio le favole postmoderne presenti nelle canzoni. Quella prettamente acustica è, invece, un ascolto piacevole ma che non lascia il segno, quasi un intramezzo dimenticabile ogni volta che il sintetizzatore è in silenzio. Nel complesso il lavoro dei MTA presenta diversi spunti molto interessanti. Tuttavia i loro ambiziosi propositi innovativi sono in parte disattesi da tanti, troppi punti, dove ha spazio un suono regolare, pulito ma privo della verve che invece riescono a mostrare nelle parti più sperimentali. In futuro, potrebbero considerare di puntare ancora di più sulle sperimentazioni, lasciando sonorità magari più note e “sicure” per l'ascoltatore di riferimento, e facendo posto ad altri suoni e, perché no, altri e nuovi strumenti, considerato l'apporto decisamente positivo del sintetizzatore. Allo stato attuale, della mela di stagno si è avuto solo qualche morso, che non forse non renderà del tutto sazi, ma fa desiderare di poterla gustare per intero nel prossimo futuro.

VOTO: 7/10
-Ged-



Ascolto 
Facebook

lunedì 14 luglio 2014

DOGMATE - HATE


Cavolo, che album! Voglio concedermi questa leziosità prosastica per iniziare la recensione di "Hate", debut album dei romani Dogmate, band formatasi il 1 gennaio 2012 (per la serie "buona fine e buon inizio", come si dice dalle mie parti), e credo fermamente che inizio d'anno migliore non potesse esserci per i ragazzi della capitale. Nonostante la band sia in piedi da nemmeno due anni, la primissima sensazione che si avverte ascoltando questo lavoro è quella di avere a che fare con gente che sa il fatto suo. Sulla pagina FB del gruppo: alla voce "influenze" si legge che il suono dei Dogmate è una summa di generi come il Thrash Metal, il Grunge e l'Hardcore (quest'ultimo, a mio avviso, presente sì, ma preso un po' alla larga) dove,a farla da padrona, è la predilezione per il Groove Metal, vero collante e trait d'union di questo lavoro. Devo dire, con immenso piacere, che questo è uno degli album più belli e completi che abbia avuto la fortuna di ascoltare da quando mi è stata data la possibilità di scrivere per la Sadik, e non manca davvero di nulla: potenza mai fine a sé stessa, creatività, melodie stupende e, ovviamente, groove come se piovesse! Le trame sonore tessute da SK, Ivn e Jeff (rispettivamente chitarra, batteria e basso della band) sono sempre riuscitissime e mostrano tutta la duttilità della band, a proprio agio nei momenti "pesanti" così come lo è in quelli più melodici e riflessivi. Ciliegina sulla torta, la voce di Mad: fortemente debitrice al Grunge ed alla capacità interpretativa del mai troppo rimpianto Layne Staley e capace di creare delle linee vocali ed atmosferiche che, secondo quanto provato da chi vi scrive, si incastrano alla perfezione da qualche parte a metà strada fra Alice ed i Mastodon! Voglio scusarmi se sono stato troppo prolisso e se non vi ho fatto una descrizione track by track dell'album ma, dopo 5-6 volte che lo ascoltavo ininterrottamente, mi sono accorto che è un lavoro che va ascoltato tutto d'un fiato, in tutta la sua completezza emotiva, finché non arriva il "cigno nero". Bella storia, non c'è che dire. Per tutti gli amanti della "Groovazza"!

VOTO: 8/10
-Lena-



domenica 13 luglio 2014

MOOTH - SLOW SUN


Monolitici, mastodontici, granitici. Ecco a voi i Mooth, certamente non una band per tutti ma che con la loro prima prova "Slow Sun" regalerà certo grandi emozioni ai fortunati dotati di sufficiente apertura mentale. Immaginate un suono desertico alla Kyuss, appesantito da una scorpacciata di Sludge Metal e con la mente contorta dei Tool. Avrete solo una vaga idea di ciò che vi aspetta. Difficile infatti fare paragoni quando si ha di fronte una band così ispirata e con una personalità così ben definita. 8 tracce che hanno il pregio di scorrere compatte calando l'ascoltatore nel loro mondo oscuro e contorto. Parallelamente ogni singolo episodio mantiene la sua personale identità donando freschezza e varietà sufficiente all'album nella sua interezza. Fra i momenti più significativi "Debra DeSanto was a Heartbreaker", che apre le danze con un riff ipnotico e continui cambi di atmosfera; la sludgy "Bloodrop" e quell'autentico gioiello "Red Carpet on the Hillside", senza scordarci di "Viscera". Palese l'abilità strumentale dei nostri, che giocando su tempi dispari e divagazioni inaspettate, riescono a fare trapelare la loro preparazione senza perdersi in inutili virtuosismi. Ciliegina sulla torta: la voce. Rabbiosa, sentita, un'interpretazione davvero superiore alla media che eleva dalla massa i Mooth. Insomma davvero un ottimo prodotto questo "Slow Sun", consigliato a tutti coloro che sono stufi di band fotocopia e della solita minestra riscaldata, che riempie spesso, ma sazia sempre più raramente.

VOTO: 8,5/10
-BERTUZZ-



giovedì 10 luglio 2014

KALIDIA - LIES' DEVICE


Che cosa potrebbe nascere se si unisse un antico culto orientale (la dea Kalì) con una amena e antica regione dell'Asia Minore (la Lidia)? Ma i Kalidia, naturalmente. Giovane band emergente proveniente dalla roccaforte del Power Metal italiano, la Toscana; i Kalidia definiscono la propria musica 'Power Melodic Metal'. In termini pratici, ciò si traduce in un Metal molto soft e semplice, fortemente contaminato da elementi Power, Gothic Metal e Pop, caratterizzato da tempi moderati, sound bilanciato e un ruolo importantissimo ricoperto dalla voce solista. Una voce molto particolare e per certi versi inconsueta per una band Metal, datosi che la frontwoman, Nicoletta Rosellini, è un mezzosoprano, dotata di un timbro scuro molto bello, forte e d'impatto. Un tipo di voce che nell'album di debutto della band, "Lies' Device", recentemente edito, offre gran prova di sé e fa la differenza. Il disco si apre con "Lost Mariner", il pezzo più epico e di gran lunga il migliore: un buon riff di tastiera, melodie vocali semplici e azzeccate, ritmiche che oscillano sapientemente tra groove e tiro nell'arco dei sei minuti di durata. Segue "Hiding From The Sun", un buon brano con un bellissimo riff iniziale; peccato che il ritornello sia breve, forse troppo. La terza canzone, "Dollhouse (Labyrinth Of Thoughts)", ha un taglio più Pop, con melodie più sfumate e meno d'impatto, dove la vocalist offre uno spaccato notevole dei suoi toni bassi. La quarta e la quinta traccia, "Reign Of Kalidia" e "Harbringer Of Serenity", sono notevolmente più interessanti, con riff azzeccati, ritornelli molto catchy e sound vicino al Gothic Metal. Ma l'ultima canzone citata, che ricorda vagamente gli Epica, si rivela in particolare uno dei pezzi più belli dell'album, valorizzata dal duetto tra Nicoletta e Andrea Racco, cantante degli Etherna. "Black Magic", la sesta traccia, è piuttosto curiosa, oscillante tra l'irriverenza dello spigliato tema portante di tastiera e un ritornello più cupo ed evanescente. La ballad (più che una ballad, sarebbe più corretto definirla lento), "Shadow will be Gone", risulta assai piacevole, con melodie rilassanti e ben definite, nonostante una certa ripetitività strumentale. Segue la titletrack: un brano dal forte impatto e dai numerosi stacchi. "Winged Lords" è un punto di caduta, priva della cura che di solito la band riserva ai brani: ma si sa, in ogni album (o quasi) c'è sempre una "pecora nera". Un risultato migliore viene realizzato nel pezzo di chiusura, "In Black and White", senz'altro più gradevole del precedente, ma non al livello di "Lost Mariner" e "Harbringer Of Serenity". "Lies' Device" è alquanto controverso e, per certi aspetti, spiazzante. I Kalidia hanno considerevoli pregi: una voce insolita e potente; palpabile abilità compositiva; una certa compattezza a livello di gruppo. Qualche elemento critico è presente: pochissimi cori (un vero peccato, giacché avrebbero potuto valorizzare meglio le strutture delle singole canzoni); componente Power un po' sacrificata; batteria lievemente sottostimata, nonostante Gabriele Basile sia un drummer di tutto rispetto. Ciò però non inficia sulla qualità del risultato finale. A conti fatti, "Lies' Device" è un buon disco di debutto, in cui i Kalidia hanno mostrato parte del loro potenziale e lasciatone trapelare una parte latente ancora da scoprire. Resta fervida la speranza che nel prossimo album la band possa esprimersi completamente e la grandezza che reca in sé venga definitivamente palesata.

VOTO: 7,5/10
-Maglor-



mercoledì 9 luglio 2014

SUPERHORRORFUCK - DEATH BECOMES US


Per cominciare, vi dico che se non li avete mai visti dal vivo vi siete persi la parte più bella dei Superhorrorfuck. Ma tranquilli, siete ancora in tempo per rimediare. "Death Becomes Us" non delude. É il risultato di un lavoro maturo e meticoloso, che combina sapientemente elementi Horrorpunk e Glam con un connubio di sperimentazione e follia; nulla è lasciato al caso e gli arrangiamenti, seppur classicheggianti, ponderano senza smorzare l'esplosione di energia sprigionata da voce e strumenti. L'ascolto è una goduria: piacevole e orecchiabile, non richiede il timpano di un hipsteroide intellettuale all'altro capo del filo degli auricolari; anzi, non richiede neanche gli auricolari, perché "Death Becomes Us" è un disco tutto da ballare, un tormentone irriverente, un tripudio di calci nel mulo fino alle emorroidi. Creativo nei limiti che il genere impone, rompe la monotonia dell'Horror in formaldeide scodellato dai soliti tre grandi nomi, che dopo anni si sono pure rotti le balle di riscaldarci la minestrina e ce la servono così com'è. Un capolavoro, ragazzi. Compratevelo fisico, non online -volete mettere la soddisfazione di avere le loro facce sovrapposte sull'involucro del disco che tenete in mano?- e soprattutto andateveli a sentire, poi leggete la riga qui sotto.
..............
Figuratevi, è stato un piacere.

VOTO: 10/10
-Mørke-



martedì 8 luglio 2014

SERCATI - TALES OF THE FALLEN


Direttamente dal Belgio oggi vi presento i Sercati e il primo full-lenght “Tales of the Fallen”. Ci tengo a premettere che per giudicare questo disco ho ritenuto necessario un ascolto ben più impegnativo rispetto alle mie aspettative, a partire da “No Man’s Land”, prima traccia strumentale dell’album; la band mi ha dato l’idea di un Black Metal povero di creatività con riff di chitarra distorti, angosciosi e malinconici ma fin troppo prevedibili e talvolta anche scontati. La mia opinione è leggermente cambiata grazie ai brani seguenti con “The Fall” e “A little closer to Paradise” troviamo buone linee melodiche suonate al pianoforte, le chitarre sembrano incastrarsi a dovere ed il growl spinge l’ascoltatore in atmosfere buie, disagianti ed emotive. Il songwriting lo si può definire un “concept album”, le tematiche parlano di un angelo caduto in un mondo non suo, esprimendo il suo disagio dinnanzi alla triste e sempre più buia realtà; non a caso la band cerca di imprimere anche influenze Gothic all’interno delle opere, così il tutto rende il lavoro più emotivo e accattivante per l’ascolto. Detto ciò, ho ben poco da aggiungere; a livello strumentale la band non cambia registro, le dieci tracce si presentano con una struttura lineare e con pochi stravolgimenti; se si vuol ascoltare del Black discreto con sonorità distorte e degni spunti di tastiera questa band fa al caso vostro, caso contrario siate curiosi di trovare una band con maggiore spessore e maggior creatività probabilmente i Sercati non rimarranno impressi nella vostra testa. Personalmente non sono deluso ma nemmeno estasiato da questa band, l’album comunque è stato registrato dignitosamente e questo senza dubbio è un punto a favore; il mio giudizio finale, in conclusione, resta discreto.

VOTO: 6,5/10
-Frost-



lunedì 7 luglio 2014

DUNKELNACHT - REVELATIO


Granitico. E' questo l'aggettivo giusto per descrivere questo "Revelatio" dei francesi Dunkelnacht. Chi si aspettava un nuovo album tutto nell'Ambient del primo disco, può mettersi l'anima in pace. In questo secondo full, i francesi hanno abbandonato quasi totalmente la loro componente Ambient. Cambio d'etichetta (questo secondo album esce per la Wormholedeath Records) e l'Ambient sparisce, l'attaccamento ai suoni e alle sensazioni Avantgarde perdono percentuale all'interno della song per far spazio ad un Black Metal ferocissimo che cammina sempre sui binari dell'alta velocità. Ben suonato e con un'alta tecnica strumentale che non stanca, questo "Revelatio" è un'album dove non si possono riscontrare picchi compositivi, sia perché tutte le song sono molto più che degne di nota, ma soprattutto perché l'unico intento del gruppo è quello di spingere sull'acceleratore in più possibile (tranquilli, non stiamo parlando di velocità alla Dark Funeral) rendendo tutto il disco un concept di caoticità e cattiveria, che sicuramente farà la gioia di molti di noi, ma che non da una via d'uscita e diventa un grande rullo schiacciasassi, che può piacere e far impazzire in molti casi, ma che in altri potrebbe stancare, e far premere il pulsante "stop" a più di un ascoltatore. Proprio a voler essere pignoli, possiamo segnalare due episodi, che sicuramente racchiudono nella loro musica, tutte le particolarità dell'album, ovvero “Where Livid Lights Emblaze” (dove si possono addirittura sentire delle influenze alla Dissection per i riff di chitarra) e “Ashes from Stellar Oracles”. Unica vera e propria pecca di quest'album, è il suono scelto per le chitarre, che in molti casi non da la spinta giusta alle song, ma possiamo rassicurarvi che questa è solo una sensazione iniziale... Dopo un po' ci si abitua e si è pronti per farsi prendere a schiaffi da tutta questa velocità impressa su un dischetto di plastica! Insomma: molti riffs di qualità, molto valore, potenza, velocità e tanta tanta tanta foga. Questo secondo album dei Dunkelnacht è una sorpresa dell’underground. Da seguire.

VOTO: 7/10
-Death Vibrion-



sabato 5 luglio 2014

THE NIGHTSTALKER - AGAINST THE ANESTHETIST


Il panorama Symphonic e Progressive Black Metal mi sorprende sempre più; dopo aver ascoltato Stefano Gargliarducci con la sua band “Wolfuneral”, oggi ho il piacere e l’onore di scoprire una nuova band dal potenziale decisamente invidiabile. Con questa premessa, colgo l’occasione per presentarvi una nuova one man band, questa volta di scuola Scandinava proveniente da Oslo, ovvero i The Nightstalker fondata da Steve Serpent Fabry e il nuovo full-lenght del progetto, “Against the Anesthetist”, con la partecipazione di Vannick Martin (Sercati) alla batteria. Si parte con un organo liturgico che tramanda forze oscure e angosciose, riff lenti e malinconici accompagnati da un growl in perfetto stile Cradle of Filth, ("Snow falls on Natural City") prosegue col solo organo protagonista e senza alcun’altro strumento, ma il tutto non sembra perdere di emozioni. Con “Strange World” si cambia registro, il brano esordisce con riff di chitarra acustica ed elettrica, ad essi segue un cantato sempre più angosciante che vuole esprimere i propri disagi verso il mondo; la tematica principale, infatti, è la solitudine e la mancanza di adattamento alla realtà circostante. Una chitarra elettrica senza controllo apre “Am I like Him” quella che, se dovessi scegliere, reputerei la miglior traccia dell’album. Le emozioni non calano, anzi, viene rincarata la dose con la batteria di Martin e il nuovo utilizzo dell’organo, le tematiche invece si focalizzano sulla religione e sulla filosofia, sulla presenza e non presenza di Dio. Con “Without News from Father” non cambiano le tematiche del songwriting, mentre a livello strutturale troviamo nuovamente riff di chitarra acustica sovrapposti a nuove sonorità distorte e ad un organo che trova sempre il suo spazio all’interno dell’opera. Proseguiamo con “Sad to see Again”, il copione non subisce variazioni strutturali; in questa traccia spicca il nome tanto acclamato di Lucifero e la solita guerra di religioni, i riff di chitarra distorta e acustica non sembrano comunque annoiare l’ascoltatore neanche a metà lavoro. Sesta traccia “If I have never Felt” esordisce con un buon accompagnamento di chitarra e tastiera, spiccano influenze Melodic Death Metal e la scuola Bathory; qui si trovano riferimenti alla guerra e alla distruzione, sinonimi di un mondo in continuo assedio. “Questions” e “Against the Anesthetist” esprimono un senso di “rassegnazione” dinnanzi ad una realtà sempre più buia e senza vie d’uscita, la parte strumentale non trascura le influenze Melodic Death già viste in precedenza e il tutto risulta essere sempre più efficace per l’ascoltatore. Le tracce finali “An Escape” e “Some Blood in the Snow” cambiano nuovamente di messaggio, troviamo cenni di reazione a questa triste realtà, il fine “eroico” di affrontare la guerra fino alla distruzione di sé stessi; il lavoro strumentale non cambia, ma è pur sempre affascinante, tutto sommato un album che mi è piaciuto. Complimenti alla band e all’etichetta “Neuflex Records” per l’ottima riuscita a livello sonoro del prodotto. Consiglio vivamente l’ascolto!

VOTO: 7/10
-Frost-



giovedì 3 luglio 2014

BARBARIC WAR TERROR - NEITHER THE ASH WILL REMAIN OF THEM


Barbaric War Terror rappresenta il parto di un'unica mente, Evocator of Claustrophobic Essences, deus ex machina di questo progetto. Partiamo subito dal titolo: "Neither the Ash will remain of Them" è, in assoluto, una delle frasi più belle e potenti che, a mio avviso, siano mai state usate come titolo per un album o una demo! E' una chiarissima dichiarazione d'intenti che pochissimo spazio lascia all'immaginazione; cosi' come i testi, che sono davvero intrisi di quel particolarissimo tipo d'odio sentito, in un certo senso sofisticato ed assolutamente non gratuito, capace di rallegrare le giornate di chicchessia: applausi a scena aperta! Questi sono, secondo me, i punti a favore di questo lavoro; ora, ahimè, mi tocca concentrarmi sulle note dolenti: premesso che sono fermamente convinto del fatto che, nella musica come nella vita, sia l'attitudine con con cui ti approcci alle cose che fa la differenza, devo ammettere che trovo questa demo un grosso punto interrogativo. Mi spiego meglio: non appena ho ascoltato le prime note, mi è subito "apparso" in mente "Pure fucking Armageddon" dei Mayhem; ora, questo potrà sembrare un complimento, e sicuramente lo sarà, per gli amanti del genere, ma per me è qualcosa che non ha più ragion d'essere, anzi, a dirla tutta, non l'ha mai avuta! Capisco registrare qualcosa live, ma voler uscire dalle casse in questo modo, con un suono ridotto all'osso, è qualcosa che mi lascia l'amaro in bocca! Parlavo di attitudine prima, perché questa è l'unica cosa che mi è arrivata istantaneamente, per il resto, tabula rasa. Peccato, perché credo che le idee ci siano tutte e, da quel poco che ho inteso, la voce potrebbe davvero giocare un ruolo importante in questo progetto; ci vorrebbero solo dei volumi leggermente (eufemismo) più alti, di modo che i passaggi risultino comprensibili perché cosi', sfortunatamente, è tutto troppo incomprensibile. E' davvero un peccato: con intuizioni del genere, dovrebbero venire giù le case!

VOTO: 3,5/10
-LENA-



mercoledì 2 luglio 2014

HOLY SHIRE - MIDGARD


Gli album che rimangono nel cuore (per intenderci, capolavori come "Symphony Of Enchanted Lands" dei Rhapsody Of Fire, "Century Child" dei Nightwish, "Holy Land" degli Angra) possono essere paragonati a veloci esploratori, il cui piede, deciso e rapido, li conduce là dove nessuno è mai giunto prima. Gli italiani Holy Shire, in quest'album, si dimostrano piuttosto un viandante stanco, il quale ha perso la strada ed erra goffamente alla ricerca della via da seguire senza la minima concezione della direzione verso la quale muoversi. Fortemente debitore di colossi del Symphonic Metal come Therion ed Epica, "Midgard" è un coacervo di idee raggruppate alla bell'e meglio, senza un'idea strutturale di canzone e senza una seria attenzione prestata alla qualità del songwriting. Alcuni temi azzeccati, onestamente, ci sono, ma si perdono in un mare di linee vocali mal concepite (in specie quelle femminili, che una voce maschile graffiante e decisa non riesce a rianimare), soluzioni strumentali discutibili e riff slegati tra loro. I brani non possono dirsi tremendi: tuttavia, con alcune valide eccezioni, risultano blandi, insipidi, scontati. L'originalità, che sembra l'obiettivo tenacemente perseguito da questa band, manca. Con "Bewitched", il brano iniziale, il nostro viaggiatore mette un piede in fallo: la canzone non è brutta ma insignificante, e lascia il nostro pellegrino confuso e dubbioso su quale sia il sentiero giusto che lo condurrà alla meta. Con "Winter is Coming", ispirata al ciclo de 'Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco' di George Martin (meglio conosciuto come Game Of Thrones, la serie televisiva della HBO che ha tanto appassionato gli spettatori del piccolo schermo quanto indignato i lettori della saga), l'andatura si fa più decisa e si assiste a una ripresa: la struttura musicale è tendenzialmente più riflessiva e curata, il ritornello orecchiabile e melodioso. La traccia successiva, "Gift of Death", ha alcuni buoni riff e certe idee apprezzabili; è, tuttavia, troppo ripetitiva e banale per risultare interessante. Stessa cosa per "Overlord of Fire", più aggressiva e ritmata ma non per questo meno scialba. "Holy Shire", la quinta traccia, presenta degli ottimi arrangiamenti strumentali e orchestrali (qui il flauto, che in altre canzoni sembra inserito senza reale necessità, diventa elemento portante e centrale, azzeccato e ben pensato), con un'ottima apertura; un vero peccato che le linee vocali (in specie nel ritornello) non siano all'altezza. "The Revenge Of The Shadow" è un momento da dimenticare, un attimo di sconforto dell'infelice pellegrino alla ricerca della strada perduta. La settima canzone, "Beyond", si apre con un bellissimo tema di pianoforte, evocativo e rasserenante. Se fosse stato un breve lento, probabilmente avrebbe risollevato le sorti dell'album; purtroppo, nello stesso momento in cui entrano chitarre e batteria, il brano perde la magica atmosfera con cui si era aperto e la banalità si riprende lo spazio sottrattole. Sulle note di "Holy War", brano più in stile Heavy, il viandante stanco cade sulle ginocchia, preda dello sconforto e della spossatezza; il dubbio rode la sua mente affranta. Parallelamente, l'ascoltatore si trova a dover lottare contro le stesse sensazioni, come Bastiano de 'La Storia Infinita' vive empaticamente le disavventure del guerriero Atreiu. "Midgard", la traccia più lunga, nonostante sia afflitta da quasi tutti i difetti che affliggono i precedenti brani, è più gradevole, grazie a un'introduzione eccellente, un songwriting più equilibrato e una struttura più scorrevole. "Greenleaves", la bonus track, è una reinterpretazione del celebre brano tradizionale. Come procede a questo punto il viaggiatore errante? La notte è ormai calata ed egli, perennemente preda del dubbio e dell'incertezza, vagherà senza criterio, finché le sue energie verranno meno ed egli crollerà tremante e debole al suolo. "Midgard" risulta, nel complesso, un pasticcio incredibile, il passo falso di una band che ha buone potenzialità, ma necessita urgentemente di un buon songwriter.

VOTO: 5/10
-Maglor-



lunedì 28 aprile 2014

HEAVENSHINE - BLACK AURORA


Sorti dalle ceneri dei Marshall, come una cupa fenice dal dolce canto, gli HeavenShine, dopo un periodo di crisi e un cambio di formazione, tornano sulla scena Metal italiana nel 2013 con il full-lenght “Black Aurora”. La loro musica è frutto di un mash-up: Gothic Metal e Progressive Metal. Un esperimento rischioso, giacché non vedo generi più diversi: uno  -il Gothic- teso ad accendere l’emozione dell’ascoltatore sulle note di una dolce voce femminile; l’altro -il Progressive- permeato di spirito “barocco”, volto cioè a stupire l’ascoltatore, a sorprenderlo, attraverso tecnica estrema, strutture complesse, tempi improbabili. Le premesse sono incoraggianti: gli HeavenShine sono strumentisti provetti, dotati di grande tecnica e buona inventiva; hanno una lunga esperienza compositiva; la new entry del gruppo, la vocalist Miriam Cicotti, possiede un timbro formidabile, gradevolissimo, incantevole. Il risultato complessivo ottenuto dalla band partenopea è tuttavia ambiguo. Da un lato vi sono molti pregi: alcune canzoni bellissime; l’interpretazione magistrale di Miriam Cicotti, sempre azzeccata e mai noiosa; strumentali brevi, ma fresche e interessanti; una sezione ritmica efficace. Dall’altro, però, sussistono parecchi difetti: un paio di brani inascoltabili; il vocalist maschile, Marco Signore, spesso troppo invasivo, non sempre perfetto e con un tono troppo -come dire- recitativo, operistico, da musical (che non si lega bene né con i brani né con le vocals femminili); gli elementi Prog e Gothic non sono fusi poi così impeccabilmente (spesso brani completamente Gothic si alternano a brani totalmente Progressive; quando vengono tentati inserti di un genere all’interno di una canzone dominata dall’altro, questi sono brutali, slegati, completamente fini a se stessi). Affrontiamo singolarmente i brani.

"Atlantis Reloaded": un brano Gothic Metal  alla Nightwish, molto orecchiabile e piacevole. Sin da qui si cominciano a notare pregi e difetti del gruppo: belle idee, messe giù bene; voce femminile assolutamente magnifica; voce maschile troppo invasiva e non sempre perfetta; un tono troppo operistico, da musical (come già detto). Uno dei momenti migliori del disco: memorabile la chiusura.
"Bean Sidhe": una breve (troppo breve, ahinoi!) strumentale di palpabile influenza Angra.
"Black Aurora": la title track si snoda per 6 minuti all’insegna del Progressive Rock. Il Gothic sparisce completamente, riaffiorano gli Angra nel ritornello, che ricorda tanto "Holy Land". Nel complesso, senza infamia e senza lode.
"Dreamscape": dominata dalla vocalist Miriam Cicotti, semplice e d’impatto, la canzone dimostra che, ridimensionando le vocals maschili e lasciando maggiore spazio a quelle femminile, gli HeavenShine sono in grado di sfornare pezzi di gran pregio. "Dreamscape" rappresenta il momento più alto del disco: un buon compromesso tra le anime Prog e Gothic, un ritornello trascinante e orecchiabile, una struttura ben congegnata. Bella dal principio alla conclusione. Il solo rappresenta forse uno stacco un po’ troppo netto, ma il ritornello è talmente incredibile che si può ignorare la cosa senza problemi.
"Phantom Of The Opera": cover in chiave Metal della famosa aria dell’omonimo musical. Come dite? L’hanno già fatto i Nightwish... Sapete cosa vi dico? Avete ragione. Skippatela.
"Sutek Hetep": altra breve strumentale, dal sapore arabeggiante.
"When the Father Lion mirrors the Stars": altro pezzo fortemente ispirato ai Nightwish, con un riff iniziale alquanto azzeccato. La canzone sarebbe stata ancora più bella, se le vocals maschili fossero apparse meno frequentemente.
"Fear Me": ritorno alle frequenze Prog. Un brano noiosissimo: alcuni bellissimi intermezzi di Miriam Cicotti, tuttavia, evitano il fiasco completo.
"Embrace the Sun": una bella ballata, ricca di linee vocali e overdub. Peccato per il solo di chitarra, bello in sé ma completamente slegato dal resto della canzone. Clamoroso errore di distrazione nella fase di mixaggio: un “Dai un attimo!” (o qualcosa di simile) perfettamente udibile all’altezza del terzo minuto e mezzo.
"Sang Real": un fallimento completo. Atmosfere operistiche, interpretazioni più da musical che da LP Heavy Metal, melodie vocali vacue: il pezzo non arriva. Gli arrangiamenti non sono male, ma il risultato finale induce, ad ogni modo, ad una certa dose di perplessità. Ignoro cosa volesse trasmettere la band con questo brano. Un consiglio: meglio volare basso, in futuro.
"Lucania": gli Heavenshine affidano la chiusura a una strumentale evocativa, molto efficace e ben pensata.

Questi ragazzi napoletani hanno talento da vendere, ma troppe indecisioni da dipanare. Ci sono elementi che si salvano, altri che andrebbero ripensati. L’album sarebbe stato più efficace se le vocals maschili fossero state ridimensionate e quelle femminili meglio valorizzate. Il mash-up di Gothic e Progressive non è male, ma avrebbe dovuto essere ponderato più e meglio. Inserire una cover all’interno dell’album non è una scelta erronea (pensiamo ai Quiet Riot, che hanno ottenuto un successo strepitoso con la cover “Cum on feel the Noize” degli Slade), ma si rivela improbabile se la cover in questione è già stata presentata da un’altra famosissima band di genere simile (i Nightwish, appunto). Mutatis mutandis, il prossimo disco targato HeavenShine potrebbe rivelarsi sensazionale. Finora sono stato molto critico e severo e ho dato ampio risalto alle imperfezioni. Cionondimeno, “Black Aurora” è un album discreto: non impeccabile, certo, ma apprezzabile. In sintesi, questo il giudizio finale: “Cari HeavenShine, per oggi ve la siete cavata. Se vi applicaste maggiormente, potreste dare molto di più!”.

VOTO: 6,5/10
-Maglor- 



domenica 27 aprile 2014

DAY AFTER RULES - WHATEVER HAPPENS NO REGRETS


I Day After Rules sono un trio lombardo, Milanese per essere precisi, attivi ormai dal 2000 e con alle spalle un EP ("Now or ever again", 2008) ed il full-lenght di cui parleremo oggi, chiamato "Whatever happens no Regrets" e datato 2012. Nella bio inviata dal gruppo si legge che la band trio Punk Rock/Hardcore, ma devo dire che questa definizione non mi ha convinto o, perlomeno, non del tutto: per quanto concerne il Punk Rock ci siamo alla grande; mentre sull'Hardcore devo dissentire, in quanto non credo che l'Hardcore faccia parte delle attitudini dei ragazzi; di sicuro, non l'Hardcore per come lo intendo io! Passiamo all'album: questo "Whatever happens no Regrets" è un lavoro tutto sommato semplice, che si attesta su un livello medio che permea tutto l'album, dall'inizio alla fine. Comprendente nove episodi, le composizioni mettono in mostra tutte le carte che un buon gruppo Punk Rock dovrebbe possedere: canzoni dirette e per niente arzigogolate, effetto sorpresa pari a zero, voce gradevole e "di presenza". Molto radio friendly, per intenderci! E' lapalissiano che la parte del leone la fa la voce di Giulia, che è anche la chitarrista della band; davvero gradevolissima e capace di guidare i "colleghi" nelle loro escursioni sonore. Il lavoro che ha svolto è davvero ben fatto ed è stata capace di creare dei refrains che, com'è giusto che sia, ti restano in testa sin dal primo ascolto. In più, ha delle screaming vocals che sono davvero belle e tradiscono anche il possesso di un timbro molto bello e particolare, nonostante la potenza; è davvero un peccato che vengano usate poco quanto niente! Fabio e Gio (rispettivamente basso e batteria) completano la formazione, facendo un lavoro senza infamia e senza lode. Insomma, il lavoro dei Day After Rules, come dicevo, si attesta sugli stessi livelli dall'inizio alla fine, senza avere né grossi picchi, né rovinose cadute. Buono per gli appassionati del genere.

VOTO: 5,5/10
-LENA-



sabato 19 aprile 2014

WOLFUNERAL - WAR POETRY


Una macchina senza motore non riuscirebbe a funzionare, cosi come Stefano Gargliarducci senza il talento e la bravura non riuscirebbe a suonare! I fan che già hanno avuto modo di apprezzare questo ragazzo sapranno che vi sto parlando della one-man band Wolfuneral e del nuovo full-lenght “War Poetry”. Questo prodotto è un autentico capolavoro che vede come protagonista indiscusso un violino carico di emozioni angosciose e non; decisive e travolgenti al punto giusto, senza risultare troppo banali e annoianti. Il risultato finale è decisamente straordinario: l’obiettivo di Stefano è quello di mescolare arrangiamenti Black Metal, stacchi corali e accompagnamenti di pianoforte arrivando a sinfonie che prendono ispirazione da ogni genere e sottogenere, dal Gothic alla Musica Classica, passando da pezzi Ambient (meno evidenti rispetto ai lavori precedenti, ma comunque importanti) a valzer e ballad che possono essere apprezzate anche da chi non predilige questo genere musicale. Un lavoro cosi determinante può essere realizzato solo da un’musicista che osserva la musica a 360°, servendosi di ogni dettaglio per realizzare un’opera d’arte musicale. Mi sembra doveroso fare i complimenti non solo al grande talento dimostrato, ma anche all’ottima riuscita dell’album, registrato davvero molto bene; complimenti anche all’etichetta “Le Crépuscule du Soir Productions/Nihil Interit Records” che da qualche anno è sulle tracce di questo grandissimo musicista. In conclusione, mi ha emozionato davvero molto ed è sempre un piacere in più recensire e apprezzare band dal made in Italy. Bel lavoro e complimenti ancora Wolfuneral! 

VOTO: 8/10
-Frost- 




Ascolto
Facebook

venerdì 18 aprile 2014

373°K - LONTANO


Un ottimo sound ispirato al buon Hard Rock made ’80  è quello che ci offrono i Bolognesi 373°K con questo “Lontano”; presenti anche delle contaminazioni moderne dettate principalmente dal cantato (ottimo) in italiano, che richiama in timbrica ed in stile quello di Piero Pelù, candendo ogni tanto in una lieve (ma trascurabile) mancanza di personalità. Questo lavoro gode in oltre di una buona produzione distintamente fresca e pulita che tende a valorizzare al meglio i suoni e gli arrangiamenti, dando particolare omogeneità alla struttura dei brani e alle sfumature sicuramente ben curate. Quello che più esalta l’ampiezza del sound è la pulizia “cristallina” della chitarra che si fa dominante in vari passaggi e soffice in altri, unito poi ad un gran lavoro ritmico di basso e batteria, un tocco di rullante e di pedale sicuro e schietto favoriscono perfettamente gli accenti che staccano puntuali nelle parti sincopate. In brani come “La Fenice” prevale l’animo più Rock trascinante sin dall’inizio, con un muro di suono del tutto lineare ma strutturato su passaggi classici e sterzate leggermente Hard, che fioriscono verso il finale. Con “Intera” si rimane su toni bassi e cupi ma molto melodici, un ottimo ritornello in crescente ne fa da padrone poi si “spegne”, creando sfumature dolci e lievi evidenziando l’aspetto interpretativo di Tia Villon, che da prova di padronanza e tecnica; probabilmente rimane uno dei brani più di punta che ci vengono proposti. Proseguendo troviamo “Mia dolce Metà”, la traccia che più richiama lo stile dei Litfiba che spezza forse in parte quella buona dose di personalità che traspare dalle restanti tracce; comunque di buona qualità nonostante il sound un po’ troppo concentrato. Si discosta la bella “Le Ali” che fa ritornare sui giusti binari le idee, rispecchiando meglio la cura dei riff, il ritmo si fa coinvolgente e “felice”, dando un gran senso di trasporto e leggerezza. Concludiamo l’ascolto con “Autoconfessione”, che si presenta (per chi scrive) come traccia più bella di questo full-length; in due sole parole: passione e melodia. Arrangiamenti fini e di gusto seguiti da linee vocali ben curate, dosate, passionali e perfettamente in linea con la struttura melodica composta; tutte queste soluzioni  rendono questo brano una vera perla. Sicuramente un ottimo lavoro questo “Lontano” dei 373°K che danno prova di saper fare buona musica, di essere padroni delle loro idee e di saperle amalgamare con professionalità e cura. Supportateli perché ne vale la pena. Consigliato.

VOTO: 7/10
-Gianlu RocketTobi- 



Ascolto 

giovedì 17 aprile 2014

OBSIDIAN TONGUE - A NEST OF RAVENS IN THE THROAT OF TIME


Gli Obsidian Tongue sono una band Atmospheric Black Metal fondata nel 2009 da Brendan Hayter, nel Massachusets. Dopo svariati demo e un full-lenght ("Volume I: Subradiant Architecture"), nell'estate del 2013 rilasciano questo disco, "A Nest of Ravens in the Throat of Time". La prima canzone "Brothers in the Stars" dona al disco un inizio lento, con un riff pesante ed opprimente, evolvendosi in un incedere veloce e con una ritmica martellante. La voce mi riporta subito alla mente i russi Alienation Cold, ma con dei cori in clean di sottofondo. A metà il riff cambia e la batteria vira il ritmo spostandosi su rullate e blastbeat; sono presenti anche inserti Prog molto effettati; l'ultima parte del brano si discosta infatti dal resto dell'album come genere. Procede sulla stessa linea anche "Black Hole in Human Form", anche se più oscura e con una batteria che assume in più punti un incedere marziale. Perfetto l'assolo iniziale di "My Hands Were Made to Hold the Wind", come il resto della canzone, secondo me la più riuscita dell'album, dove la prova del vocalist è più malata e toccante. Nel centro si interrompe bruscamente per fare spazio ad una parte in cui colpi di batteria, fischi di chitarra e lamenti di sottofondo creano una inaspettata sensazione di ansia, che viene aggravata dall'emozionante proseguimento. Il quarto brano, "The Birth of Tragedy", prosegue sulla falsariga del primo brano, inizio sulfureo e cori puliti già sentiti, come anche l'intermezzo. "In Individuation" lo stile ritorna su quello del Black Metal classico, in cui si intravede lo spettro dei Darkthrone di "Transilvanian Hunger", molto più violento e primitivo; tuttavia non mancano i cori e gli effetti che sembrano caratterizzare la band. L'ultimo brano è molto interessante: parte con un intro molto lungo e meditativo, con la presenza di un sintetizzatore e con gli immancabili cori, per sfociare in quello che è a tutti gli effetti un brano DSBM. Che dire, un disco che ha i propri pregi ma anche i propri difetti: purtroppo a questi Obsidian Tongue secondo me serve molta più creatività; alcuni pezzi sono molto buoni, ma altri sembrano decisamente ricalcati... La stilistica dopo un po' diventa piuttosto noiosa. Inoltre i pezzi (ad esclusione di "My Hands Were Made to Hold the Wind") sono tutti oltre gli otto minuti, il che contribuisce a rendere piuttosto pesante l'ascolto del disco. In conclusione un album buono, per la presenza di brani come quello sopra citato e "Brothers in the Stars", oltre a varie idee che si trovano in pochi altri gruppi del genere. Tuttavia non è un lavoro che sapranno apprezzare in molti a causa della monotonia che investe alcune sue parti. 

-Gore666- 
VOTO: 7/10 



Ascolto 
Facebook