Intervista ai Male mISANDRIA

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Mooth - Slow Sun

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Dogmate - Hate

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giovedì 17 luglio 2014

USHAS - VERSO EST


“La strada corre, motociclette e un valzer di cilindri, guardando sempre verso il sacro Tibet. Verso est…”. Parole con cui si presentano gli Ushas, e non potevano essere più azzeccate. Band attiva dalla seconda metà degli anni novanta, vede attualmente Filippo Lunardo alla chitarra, Giorgio Lorito alla voce, Guido Prandi al basso e Giorgio Ottaviani alla batteria. Anche ad un orecchio un po’ distratto, non risulterà difficile intuire che questi ragazzi sono cresciuti a pane ed AC/CD, Deep Purple, Black Sabbath, dando vita a un Hard Rock/Heavy Metal genuino e potente. “Verso Est” è il loro primo album, dopo due singoli (“Io non sono qui” e “Shri Heruka”) pubblicati nell’estate del 2013. Gli Ushas non nascondono il loro amore per il viaggio, le due ruote,  l’Oriente e la filosofia tibetana… “Verso Est” è tutto questo, e non solo. Analizzando più dettagliatamente questo lavoro, la track numero uno, “Fuorilegge”, può essere considerata il biglietto da visita della band: Rock veloce ed energico e un testo che fa della strada (“questa strada è la mia amante”) e della notte l’habitat naturale del vero rocker, immaginandolo magari sfrecciare su una Harley-Davidson o una Triumph incurante dei limiti di velocità e degli autovelox. “Sangue e Carne” è un altro pezzo molto poderoso, dove la chitarra la fa da padrona, con giri e distorsioni tipici del Hard Rock anni ’70 ma non per questo meno efficaci e coinvolgenti. Anche in “Io non sono Qui” la chitarra ha il ruolo da protagonista, ma l’Oscar ex aequo se lo aggiudica la batteria, bella grintosa e aggressiva (soprattutto al minuto 2:36). In generale, questi tre pezzi, “liricamente” parlando, hanno al loro interno tutto l’immaginario del viaggio on the road, della leggendaria route 66, del tema primordiale del Rock: la libertà, intesa in tutte le sue sfumature. “La via della Seta” è quasi un intermezzo, una pausa ristoratrice dopo i primi pezzi all’ennesima potenza. Questa ballad è sinuosa e delicata come il tessuto di cui si parla, una carezza piacevole per le orecchie. “Verso Est”, a discapito di un testo poco pretenzioso, colpisce per la chitarra in levare intorno al minuto 2:16. “Shri Heruka” si caratterizza per un rapporto all’apparenza contrastante tra testo e musica: un invito alla meditazione (“adesso danza nell’estasi”) attraverso sonorità e ritmo molto energici. Questo paradosso non risulta però stridente, anzi, crea un mix esplosivo. “Dai Tetti di Gaden” è la seconda ballad presente nell’album: con un’intro che ricorda vagamente “The end” dei Doors, la chitarra accompagna dolcemente l’ascoltatore tra le mura del monastero tibetano a cui si fa riferimento nel titolo per poi rivelarsi in tutta la sua potenza a due minuti dalla fine. “Desperados” è invece un pezzo accattivante, molto veloce e serrato. Ascoltandolo, mi sono immaginata Lorenzo Lamas nella serie tv “Renegade”. Chi più di lui è un desperado, sempre in fuga, in sella alla sua moto? Il viaggio degli Ushas è quasi alla fine, mancano infatti “Yama” e “Maledetta Notte”: entrambe molto Speed ma se la prima si caratterizza per un Hard Rock d’annata, con l’inserimento dell’armonica a bocca a fare da ciliegina sulla torta; la seconda si apre con un riff trascinante e con il cantante che di fronte a proposte più o meno libidinose e lussuriose di una signorina (o sono due, tre?)  risponde: “maledetta notte, voglio andare a casa mia”!!! (il che mi ha molto divertito). Concludendo, nel complesso “Verso Est” è un album con una propria e ben delineata identità, che non nasconde le proprie fonti d’ispirazione, utilizzandole in maniera personale e ragionata. L’unica pecca forse sono i testi non molto ricercati ed originali. L’entusiasmo a questo gruppo non manca e questo è un buon inizio. Per ciò che riguarda il futuro, come dicono gli inglesi “we’ll see”.

VOTO: 6/10
-Nicole Sartori-



domenica 23 marzo 2014

6TH COUNTED MURDER - 6TH COUNTED MURDER


Prendete il Death Metal più acerbo (in questo caso sinonimo di ottima qualità) e mischiatelo con sonorità che ricordano l'Heavy Metal più classico: ecco, avete avuto il sound dell'album di debutto dei 6th Counted Murder. Riff pesanti ma che non disdegnano un uso intelligente della tecnica percorrono tutta la durata del disco, che come pilastri si mantiene sulle orme dei Sadus, senza disdegnare, come detto in apertura di escursioni in campo Heavy, per poi scendere più giù... Fino ad invischiarsi in sonorità care agli ultimi Deep Purple (Sì, avete capito bene). Perché i ragazzi qui recensiti sanno davvero spaziare nel sound, rimanendo ancorati alle loro origini Death, scandito da una sezione ritmica sempre presente, e da un basso martellante che scandisce ogni attimo di questo full. Dieci song, tutte allo stesso livello, senza mai nessun calo. Sicuramente uno dei punti di forza dell'album sono le chitarre, le quali riprendono spesso il concetto delle ‘chitarre gemelle’, tanto care ai sommi Iron Maiden. La cosa che più lascia piacevolmente colpiti, è il voler (e riuscirci) della musica, di trascinare l'ascoltatore in un viaggio all'interno delle sensazioni dei singoli musicisti. Un piccolo (grande) neo, però c'è... E mi porta a fare l'unico appunto della recensione: la registrazione. Il peccato di questo full è la registrazione, sicuramente non all'altezza dei brani e del mood generale proposto dalla band: un sound secco, ma non tagliente, quasi anonimo. Con questo piccolo appunto, voglio comunque tranquillizzare la band e gli ascoltatori che i brani non vengono assolutamente snaturati, ma che comunque manca quella spinta in più, quella tonnellata di potenza che potrebbe spingere questi ragazzi. Questo è tutto quello che c'è da dire su questo piccolo gioiellino italiano. Sicuramente ancora impolverato, ma sempre di un piccolo gioiellino si parla... Di una piccola sorpresa che fa riscoprire melodie ormai etichettate da molto come "obsolete"... Melodie, riff, stacchi, tamburi e voci che possono essere riassunte in una parola: Sweden.

VOTO: 7/10
-Death Vibrion-



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mercoledì 5 febbraio 2014

IBRIDOMA - NIGHT CLUB

Parliamo degli Ibridoma, band Heavy Metal marchigiana nota del nostro panorama musicale grazie alle pubblicazioni di un EP (Page 26 - 2007) e un full album (Ibridoma - 2010). Oggi però parliamo di “Night Club”, altro fisco datato 2012. Beh che dire, se pensate che per ascoltare del buon Heavy Metal bisogna andare a rispolverare vecchi vinili o affidarsi alla vecchia scuola NWOBHM probabilmente non siete ancora del tutto coscienti di ciò che può offrire di tanto in tanto il nostro paese, e gli Ibridoma sono un buon esempio che aiuta a farci apprezzare di più la nostra terra. La band ci presenta 8 tracce che faranno tornare a mente il fascino della indimenticabile “Old school”. I nostri partono forte con il pezzo d’apertura “Eagles from the Sky” che si presenta con un riff portante potente e ben costruito, basso e batteria supportano a dovere le 2 chitarre che sembrano emulare le gesta di Dave Murray e Adrian Smith (Iron Maiden), soprattutto a livello compositivo, con fraseggi che creano maggiore emotività e aiutano a non rendere piatte le tracce realizzate. Ad essi si aggiunge una voce melodica che prende ispirazioni Power Metal. Mi sembra inutile un track by track, le restanti canzoni risultano rappresentare appieno il genere selezionato con riff che variano dall’Heavy anni '70/'80 fino ad arrivare a sonorità più recenti. Non ho trovato tegole particolarmente rilevanti; forse, soprattutto ad un primo ascolto, si possono udire riff e schemi un po’ troppo prevedibili e scontati, ma d’altra parte posso affermare che questa band ha un grande potenziale e questo prodotto lo dimostra. Infine affermo che "Night Club" è un buon album, un po’ di vecchio Heavy serviva in un panorama dove prevalgono sottogeneri di nicchia e dove il “classico” sembra essere stato messo alle porte. Come dico sempre, spero che queste band possano esprimersi al meglio nel nostro paese e non si ritrovano come altri (molti direi…) costretti ad emigrare all’estero per essere apprezzati. Noi di certo, continueremo a seguirli!

VOTO: 7/10
-Frost-



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giovedì 12 dicembre 2013

DARK AGES – TEUMMAN (PT. 1)






















In questi ultimi tempi sto assistendo a molte band che, nate anni ed anni fa, ritornano in scena, ritentando di lanciare sulla scena Metal mondiale il proprio prodotto, sperando che il progetto non si inceppi un’altra volta ed abbia successo. Gli Italianissimi Dark Ages fanno parte di questo filone: formatisi nel 1982, vedono luce soltanto nel 1991 grazie al debut album “Saturnalia”; seguirà poi un lungo periodo di pausa e complicazioni varie, che causeranno un grosso ritardo per l’uscita di “Teumman (Pt.1)”, avvenuta nel 2011. Sinceramente, se una band pubblicasse un album da facepalm dopo venti anni a disposizione per la scrittura, mi arrabbierei non poco. Ma per fortuna questo non è il caso dei Dark Ages: i nostri sanno emozionare, sanno coinvolgere, sanno creare, sanno comporre, sanno far bene ciò che fanno. I brani di Teumman spesso e volentieri vengono uniti fra di loro da intermezzi sinfonici, creando così un vero e proprio racconto, grazie anche alle buone lyrics cantate; niente a che vedere però con le strutture degli Echotime però, band Metal-Opera italiana che sta emergendo piuttosto bene in questi ultimi tempi. E approposito degli Echotime, devo precisare una cosa: i Dark Ages non soffrono di quel problema che affligge molte band (Echotime compresi), vale a dire quel maledettissimo e fastidioso accento italiano. Ed è proprio qui che i DA trovano un punto di forza, grazie al bravissimo cantante Davide, dotato di una voce personalissima, nonostante non sia molto dotata in estensione. E che dire poi delle sinfonie e melodie, create da archi, pianoforti e quant’altro: emozionanti, toccanti, trascinanti; un tessuto perfetto per confezionare un tappeto sonoro d’alta qualità, messo precisamente in risalto. Batteria e basso formano buonissime strutture all’insegna del Progressive, Heavy Metal e Hard Rock, sfruttate saggiamente dal riffing del bravo chitarrista e anche dalle tastiere, soprattutto nelle parti più Prog. Personalmente trovo ogni brano contenuto in Teumman ottimo, da quelli più Rockeggianti a quelli Progressivi: la sostanza c’è sempre, sia quella tecnica-costruttiva che quella emotiva. Un album molto teatrale che racchiude tutti gli ingredienti per creare qualcosa di grosso, niente di più niente di meno. Emozionante, distinto, intraprendente. Fantastico.

VOTO: 8/10
-SADIK-



lunedì 9 dicembre 2013

EDOARDO NAPOLI - ETERNAL BLEEDING






















Il talento. È questa la caratteristica di chi vuol diventare qualcuno. Senza il talento Balotelli non potrebbe fare il calciatore (magari?); e senza talento, questo ragazzo intraprendente di nome Edoardo Napoli, non potrebbe fare il musicista. Edoardo Napoli, un nome come tutti gli altri, ma dietro al quale si nasconde l'anima impetuosa e genialoide di un polistrumentalista di Rapallo, che scegliendo la strada dell'autoproduzione, ha registrato questo "Eternal Bleeding", catturando tutti gli strumenti: chitarra, basso, batteria, tastiera e in alcuni brani anche la voce. Il bello è che Edoardo suona tutti questi mezzi in maniera a dir poco eccellente, passando da cavalcate di doppia-cassa a velocità pazzesche ad affilatissimi riff di chitarra eseguiti con precisione chirurgica, con facilità impressionante. Ma lasciamo parlare la musica. "Eternal Bleeding" è piuttosto lungo (21 tracce + 2 nel caso dell'edizione con bonus tracks) e contiene una vasta miscela di generi, che comprende Thrash, Power, Prog ed Heavy classico, senza ovviamente dimenticare lo Shred, dato che la maggior parte delle tracce sono strumentali. A causa della durata del platter non compirò un'analisi track by track, ma mi limiterò a fare un riassunto approfondito di ciò che offre il musicista di Rapallo. Tralasciando l'opener, bella canzone Thrash ma rovinata dalle lyrics in italiano, si passa a due capitoli di maggiore importanza: "Against the Cross", brano che non sfigurerebbe su un disco degli Slayer, e "Beyond the Shades of Fear", strumentale ben articolata e non particolarmente ripetitiva. "Fly in Space" offre un breve momento di puro Power, per poi passare brutalmente al Death Metal con Il brano "Fog", il quale evolve poi in Heavy Metal alla Judas Priest in "Get the Hell out of Here", nella quale è importante sottolineare l'abilità chitarristica di Edoardo, messa in risalto dall'assolo a metà brano. Inizia poi la fase Prog del disco, con la bellissima track 9, "I need to Understand", ballad strumentale orientata, dalla quale trasuda passione e sentimento, che ci spinge poi in "Let Yourself Fly Away", 5 minuti in cui il mastermind mostra tutto il suo talento polistrumentistico. Dopo una breve parentesi Heavy/Thrash continua il lato Progressive del disco, secondo me il genere in cui edoardo napoli riesce a valorizzare maggiormente le sue abilità di songwriter, come in "Nexxus" e "No More Time" (brano imponente suddiviso in 3 parti), ma anche nelle successive "Steal of your Dreams" e "The Flight of the Unholy One" (che riprende la precedente "Nexxus"). Il disco si conclude con un brano Hard Rock ("Turbo") e due bonus Heavy/Thrash godibili, ma non indimenticabili. Lungo, variegato, dinamico, mai particolarmente banale: queste sono le caratteristiche di "Eternal Bleeding". E il talento? Se non lo sentite in questo disco non so dove altro possiate trovarlo. Edoardo napoli.. Scrivetevelo da qualche parte.

VOTO: 8/10
-JACK-




Ascolto: http://edoardonapoli.bandcamp.com/album/eternal-bleeding
Facebook: 
https://www.facebook.com/edoardonapoliofficial

domenica 8 dicembre 2013

BLACK INSIDE - THE WEIGHER OF SOULS






















Attivi dal 2010, i napoletani Black Inside dimostrano con il loro debut album "The Weigher Of Souls" di aver ben chiaro il loro obiettivo e il pubblico a cui sono diretti. Sono rimasto colpito dalla buona produzione dell'album e soprattutto dall'ottima esecuzione che ha messo in luce l'esperienza che ogni membro del gruppo portava con se. A partire dal genere principale in cui "The Weigher Of Souls si" attesta -Heavy Metal Classico- possiamo scorrere le influenze dei classici gruppi che hanno fatto la storia del genere. Per quel che riguarda i suoni, si sente chiaramente l'influenza degli Iron Maiden, maestri indiscussi di questo genere, ai quali però troviamo affiancate strutture simili al Thrash -mi viene da pensare per qualche frangente ai Metallica- che si mescolano alla carica e velocità dei Motorhead, come in "Fast As a Bullet"; tutto immerso in atmosfere epiche come succede nella canzone "Caronte". A sentire tutti i nomi di questo gruppi sembrerà che i Black Inside abbiano fatto un copia/incolla del passato, ma non è così. Infatti bene o male tutti i pezzi hanno un'identità propria e nessuno è stato fatto tanto per essere fatto. Ma ora veniamo a ciò che non funziona di "The Weigher Of Souls": una delle note stonate la incontriamo proprio nel brano "Caronte", nonostante fosse una di quelle che mi sono piaciute di più; la sperimentazione dei 'cori' nel ritornello rovina tutta l'atmosfera venutasi a creare prima, e ciò è un vero peccato. Altro problema è la poca scorrevolezza dell'intero album; in qualche pezzo ci sono troppe strutture ripetute, soprattutto nei brani che troviamo verso la fine, e ciò non fa che 'appesantire' l'ascolto. Ma nonostante questo la carica dell'album non viene soffocata; i brani "Insomnia" e "Servant Of The Servant" sono quelli che riescono a riassumere lo spirito dei Black Inside. E concludo dicendo che secondo me ciò che manca per fare il grande passo è creare il Bruce Dickinson o il Kirk Hammet della situazione, poiché manca quel virtuosismo che potrebbe far spiccare il gruppo rispetto ad altri.

VOTO: 7/10.
-Ronik-




Ascolto: http://www.youtube.com/watch?v=iE66TWtm6ww
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https://www.facebook.com/pages/Black-Inside/217319954975071?fref=ts

domenica 17 novembre 2013

RADICAL CRASH – READY TO DIE






















I Radical Crash, formazione mantovana formatasi nel 2006,  ci propone questo demo intitolato “Ready to Die”, dalla copertina tanto essenziale quanto efficace. Il disco parte subito con un intro di larsen di chitarra e riverbero, che, personalmente, avrei unito in un'unica traccia insieme al primo brano. Segue poi “Terrorazor”, un brano di chiara matrice Heavy-Thrash in cui riecheggiano sonorità alla Venom e un'attitudine che ricorda molto gli Hell di “Human Remains”. La voce del cantante Andrea Bombaci è, a mio avviso, un misto originale tra la brutalità di Greenway dei Napalm Death, l'asperità di Kronos dei Venom e l'impeto di Max Cavalera. Pregevole il lavoro della sezione ritmica e delle chitarre, anche se si sente obiettivamente la mancanza di un assolo di chitarra, che avrebbe dato un'ulteriore spinta a un brano già di per sé più che valido. Un fischio diabolico di chitarre che ricorda molto i Dark Angel introduce “Riot of Fire”, il brano sicuramente più violento di questo prodotto: le sonorità ricordano molto i Kreator e riprendono la melodicità delle prime soluzioni Maideniane, mentre la voce si pone su registri più arcigni e incisivi. Trova spazio finalmente anche un bell'assolo, che dimostra padronanza della tecnica e notevoli spicchi di espressività da parte del chitarrista Jacopo Predari. La band dimostra sicuramente di sapere il fatto suo in merito al Thrash Metal, tanto che le soluzioni adottate in ambito di songwriting sono tutto fuorché pacchiane, scontate o prolisse, evidenziando invece uno spiccato gusto e senso compositivo. Unica nota dolente, a mio avviso, rimane la produzione dell'audio, che sovente rimane troppo compresso e “mangia” letteralmente il suono di batteria, sovrastato dai muri di chitarre che, tuttavia, hanno un timbro davvero impetuoso e prestazionale. Non resta che augurare a questa band un seguito proficuo, visto che le premesse iniziali sembrano presagire uno sbocco senz'altro non trascurabile.

VOTO: 6,5
-Edoardo Napoli-



Ascolto: http://www.youtube.com/watch?v=LLbhJWJHpcs
Facebook: 
https://www.facebook.com/pages/Radical-Crash/155123974523470?fref=ts

sabato 9 novembre 2013

WARSHEEP - WARSHEEP






















Sono tempi di crociate, cantori e menestrelli, quelli che fanno venire in mente i Warsheep, band proveniente da Treviso, autori di un Heavy Metal con influenze Folk ed Epic che ci rigetta nell'Alto Medioevo grazie a questo breve EP di quattro canzoni, chiamato appunto "Warsheep". Il lavoro dei Trevisani è prodotto in modo discreto, nonostante si possa aggiustare qualcosa per quanto riguarda le vocals, che in alcuni tratti (soprattutto quando si toccano note basse) sono poco udibili. Si parte con "La ballata (The Legend of the White Rose)", caratterizzata da una linea melodica molto Folk che rimane in testa quasi immediatamente ed un ritornello un po' ruffiano. La successiva "Ragnarock" non lascia quasi nulla all'ascoltatore, mentre la successiva "Forgive" è un vero capolavoro. Una semiballad veramente perfetta: vocals eccellenti e arpeggi che creano una grande atmosfera rendono "Forgive" la perla di questo EP. Si chiude con "The Great Fall", canzone apprezzabile a livello strumentale ma rovinata dalla produzione, che non ci permette di godere a pieno delle capacità del cantante. Si può fare ancora molto, ma come partenza non è per niente male. 

VOTO: 6/10
-JACK-



Ascolto: http://www.youtube.com/watch?v=JhQD6-J923c
Facebook: 
https://www.facebook.com/warsheepband

mercoledì 6 novembre 2013

NEITH - …THEN I






















Sarò sincero: non ho mai progettato mentalmente ciò che sto ascoltando in questo momento. Non che sia una cosa complessa da partorire ideologicamente, anzi, ma non riuscivo a trovare qualcosa che legasse quanto concepito da questa band. Forse ciò che mi impediva di “saper creare” quanto pensato era proprio qualcosa che unisse il tutto: dei passaggi, uno schema, delle strutture; non saprei. Tralasciamo; fatto sta che loro ci sono riuscisti. Ora, provate ad immaginare un mix di riff Heavy Metal e Melodeath (marchio Iron Maiden, Judas Priest ed Amon Amarth), soluzioni tipicamente Viking/Power Metal, parti più lanciate verso il Thrash/Death ed un cantato che spazia abbastanza tra il growl, scream e clean; amalgamate, cuocete (sennò vi viene una roba acerba) ed ottenete “…Then I” dei genovesi Neith. Devo precisare una cosa: l’album parte in quarta, proponendo subito il lato più estremo della proposta, caratterizzato da riff Death Metal pesanti, ritmi veloci e da un buon growl; successivamente la cosa pian piano col passare del disco svanirà, andando a parare più su un mix di Heavy e Melodeath, usando anche voci in clean e accenni di scream. E qui mi soffermerei sul cantano in pulito, visto le personalissime tonalità (e molto varie, c’è da dirlo), che ridendo e scherzando danno un’importante nota Epic/Viking ai brani (vedasi per esempio “Soul Disfigurement”), ma che in più donano molta carica emotiva, per esempio nella finale e dolorosissima “Sleeping Chambers”. Presenti frequentemente le melodie a livello di riffing, spesso e volentieri nei brani finali del disco, perché -come accennato già prima- la violenza e pesantezza viene persa durante l’ascolto del disco; ma in compenso si guadagna tanta preziosa melodia. Pecca un po’ forse la produzione: in certi punti la voce risulta un po’ troppo distaccata rispetto alla base, ed il suono -a mio modesto parere- sarebbe leggermente da migliorare; ma roba da poco. Non mi rimane altro che consigliarvi questo disco; i Neith hanno buonissime potenzialità, speriamo continuino a sfruttarle.

VOTO: 7,5/10
-SADIK-



Ascolto: http://www.reverbnation.com/play_now/18594029?utm_campaign=a_public_songs&utm_medium=facebook&utm_source=page_object_news_item
Facebook: 
https://www.facebook.com/pages/Neith/218993814788965?fref=ts

lunedì 4 novembre 2013

BLUEROSE - DARKNESS AND LIGHT






















È destino o pura coincidenza? È ormai la terza volta che recensisco una band di Areasonica Records, e per la terza volta rimango piacevolmente sorpreso. Dopo Myr e On|Off|Man, giungono nelle mie cuffie i Bluerose, quattro ragazzi triestini impegnati in questo progetto dall'aprile del 2006. Come tutte le band di Areasonica anch'essa è fortemente contaminata da influenze sperimentali, sono infatti molto presenti synth ed effettistiche di ogni tipo. Il fatto "strano" è che la band accosta lo sperimentalismo ad un genere solitamente grezzo e non particolarmente elaborato, come l'Hard & Heavy. Tuttavia l'insieme finale rende più che bene, grazie soprattutto ad una produzione molto curata (ma non per questo priva di pecche), marchio di fabbrica di Areasonica RecordsSi parte con la titletrack "Darkness and Light", si avverte subito la vena sperimentale, capendo al volo che i riff contenuti in questo album rimarranno nella nostra testa per un bel po', ma si avverte anche il principale difetto del disco: la voce è troppo modulata dagli effetti, e questo fatto può in alcuni frangenti infastidire l'ascoltatore, soprattutto per quel leggero effetto eco che rende un po' troppo "pieni" di suono i brani. Il songwriting è comunque più che buono, non ci sono passaggi banali e nulla di già sentito. Le successive "Reloaded" e "Run" scorrono piuttosto lisce, ma i Bluerose ingranano la marcia in più con la track numero quattro: "On my way", pezzo molto Heavy e ben bilanciato, veramente ottimo; cosí come la successiva "I Know", caratterizzata da un giro di chitarra molto Blues e accattivante. La parte finale dell'album perde un po' di mordente con "Leaving you", che ricorda un po' troppo la titletrack, e "Rock your Soul", non proprio indimenticabile. È molto ricercata invece la canzone che chiude il disco, cioè "The Land of the Light", brano più Heavy che Hard Rock, ma molto molto efficace. È finito il nostro viaggio tra "l'oscurità e la luce", ed è giunto il momento di dare le conclusioni: il disco non è particolarmente facile da assorbire (due ascolti sono praticamente obbligati), ma è molto originale e ricercato. I Bluerose hanno di fronte a sé una strada ricca di soddisfazioni, e questo disco è la prima tappa. Avanti così.

VOTO: 7/10
-JACK-



Ascolto: http://www.youtube.com/watch?v=8v8rpmUTDZ4
Facebook: 
https://www.facebook.com/blueroserockband

lunedì 16 settembre 2013

SACRED HELL - SACRED HELL






















I Sacred Hell, gruppo Heavy/Power italiano in attività dal 2006, hanno annunciato che la pubblicazione del loro prossimo album è prevista per Gennaio 2014, ma noi, nel frattempo, recensiremo il loro omonimo demo rilasciato nel 2008, contenente 5 tracce. Si comincia con "Preface" , intro strumentale di circa 2 minuti, brano tutt' altro che indimenticabile, che sfocia poi nella prima song vera e propria, cioè "From Paradise to Hell", che ricorda molto lo stile degli ultimi dischi dei Saxon. Il brano è ben suonato (tutti i musicisti sono tecnicamente molto preparati, soprattutto il singer Roberto Paganelli e il drummer Marco Lancs), ma non lascia sufficientemente il segno nelle orecchie dell'ascoltatore, cosa che invece riesce a fare la successiva "Battle Weapon" grazie al suo ritornello epico e suggestivo, anche se per il resto della canzone la band non ha spunti particolarmente interessanti. Veramente ottima e completa la strumentale "Virgin River", a mio parere l'apice del demo: veloce, ricca di melodie interessanti e con le tastiere più in risalto rispetto alle canzoni precedenti. Veramente bella. La chiusura del platter è affidata a "Apocalypse in the Church" anch' essa da inserire nella classifica dei momenti migliori del demo, soprattutto grazie alle belle melodie vocali di Paganelli (particolarmente bello il ritornello) e alle fughe chitarristiche del duo d'asce. Siamo giunti alla fine: i power metallers nostrani non offrono nulla in più al genere, che peraltro secondo il sottoscritto ha già dato tutto o quasi. Tuttavia la band dimostra di avere tutte le carte in regola per compiere un' uscita discografica migliore, come si può notare dall'elevata tecnica dei componenti e dalle ultime due tracce del demo, perciò voglio dare una sufficienza sulla fiducia, sperando che essa venga ripagata.

VOTO: 6/10
-JACK-



Ascolto: https://www.youtube.com/watch?v=qFvQPcU7JoA
Facebook: 
https://www.facebook.com/pages/SACRED-HELL/151337888269018

THE UNRIPES - THIS IS NOT AMERICA






















I The Unripes... Mh... E’ una coincidenza che li conoscessi già? Secondo il buon vecchio Voyager no, ma pensandoci meglio mi furono stati presentati come “una delle nuove realtà più promettenti del genere”; e devo dire che non posso dar torto al suggeritore. La formazione Sleaze Metal modenese trova nel 2012 il contratto con la nostra partner Street Symphonies Records, grazie alla quale viene pubblicato il disco d’ esordio “This is not America”. L’ album risulta un mix di aggressività, energia, melodia e potenza: laddove lo Sleaze/Glam produce le più grosse e pessime commercialate, i The Unripes lo uniscono all’ Hard Rock e all’ Heavy Metal; rendendolo veloce, potente e degno di un buon groove. Ciò non significa che non siano presenti contaminazioni; anzi, ce ne sono molte: dagli Hardcore Superstar agli Avenged Sevenfold, dai Lordi ai Motley Crue, dai Black Label Society agli Steel Panther e via dicendo. E’ difficile non essere travolti dal potente sound, dai corposi riff e dall’ energia che il disco sprigiona, servita su un piatto d’ argento da muri sonori ed intense melodie. Ogni brani presente nel disco cerca di mettere in risalto una precisa sfaccettatura della band, cito i migliori: “Reload” apre con una ritmica pesante, veloce e trascinante; si passa poi per ballad ben riuscite quale “You are the One” e per una stilistica più ‘80iana con “My Muse is called Rock ‘n’ Roll”. Da notare anche “Damned Electric” e la ben eseguita cover di “Scream if You wanna Go Faster” di Geri Halliwell. In conclusione “This is not America” rimane una delle migliori uscite Sleaze non solo a livello italiano, ma anche mondiale! Non deluderà sicuramente i vecchi appassionati del genere, nonostante quel pizzico di moderno.

VOTO: 8/10
-SADIK-



Ascolto: http://www.youtube.com/watch?v=yxLnQrilAF4
Facebook: 
https://www.facebook.com/theunripes

sabato 7 settembre 2013

NIGHTGLOW - WE RISE




















In scena dal 2003, solo dieci anni dopo i Nightglow raggiungono il primo debutto discografico, intitolato “We Rise”; lavoro suonato con cura e passione dalla stessa ex Manowar tribute band. I Nightglow si ispirano molto a realtà quali Manowar e Black Sabbath, in particolare alla scena NWOBHM in generale, ma con una forte attrazione verso i Satan, i Virtue ed i Metal Church; rendendo il sound sì datato, ma anche moderno. Sin dall’ inizio dell’ album si ha un approccio aggressivo e veloce: non a caso il riffing prende sembianze Speed ed è ricco di groove (sia letteralmente che stilisticamente), e forse non è nemmeno casuale che la voce di Daniele Abate presenti uno sporco adatto al Groove Metal, seppur abbastanza vario. Tra i punti di forza aggiuntivi individuiamo i pregiati assoli eseguiti da Andrea e Giulio, il buon lavoro eseguito dal batterista Davide (non da meno quello del bassista) e l’ ottima produzione, grazie alla quale l’ album risulta ancor più piacevole e semplice all’ orecchio. Tra tutte le tracce spiccano l’ iniziale “We Rise”, la appassionante “Evil Dust”, la successiva rockeggiante “Shine of Life” e l’ incalzante “Don’t Cry”, brano che rompe il disco rendendolo più calmo per qualche minuto. Forse non sono stato esauriente, ma credo di esser stato abbastanza chiaro; se le ultime uscite Heavy Metal vi hanno deluso, provate ad ascoltarvi We Rise dei Nightglow. Una band che penso e spero riuscirà ad emergere nel nostro panorama, sperando che la meritocrazia faccia il suo corso per una volta anche qui. Siamo ancora lontani dal capolavoro, ma i mezzi e la qualità c’è; i Nightglow si sono rialzati… e per fortuna che si sono rialzati!

VOTO: 7/10
-SADIK-



Ascolto: https://www.youtube.com/watch?v=FHGWJ1IUWZk
Facebook: 
https://www.facebook.com/pages/Nightglow-Heavy-Metal-Band/245174012224329?fref=ts

sabato 17 agosto 2013

SILENTLIE - BLOOD UNDER SNOW

Finalmente, dopo una settimana di vacanza, torno a recensire qualcosa; non è mio solito trattare cose del genere in quanto fa parte di quelle cose che mi appassionano meno, ma voglio comunque cimentarmici. I SilentLie propongono un Hard Rock/Heavy Metal dalle marcate venature Gothic-Dark, richiamando subito all’ appello band come gli Olandesi Within Temptation; nel complesso il disco segue sempre canoni Metal: ciò risalta l’ energia che la “BugiaSilenziosa” trasmette in questo prodotto, non sono comunque da tralasciare le emozioni più malinconiche e tristi iniettate nei cinque brani proposti (anche se non molto incisive ed evidenti). I punti di forza principali sono sicuramente tre: in primis è da notare la voce della brava cantante Giorgia, vocalist che può vantare di una buona timbrica graffiata, questa volta al di fuori della classica voce Goth; degna di nota è comunque una stilistica che si avvicina a quella della Finlandese Tarja Tururen, celeberrima ex-cantante dei Nightwish. Altro vantaggio del disco è sicuramente il riffing energico e potente del chitarrista Luigi, elemento che si appresta benissimo alla proposta della band quasi decennale. E per finire, aggiungerei l’ ottima produzione, che riesce perfettamente a valorizzare quanto inciso. Buono anche il lavoro del bassista e tastierista, perfetta ciliegina sulla torta di questo prodotto; in più, vi dirò, ottimo pure l’ artwork, originale e ben disegnato. Ci sono comunque alcune cose negative da sottolineare: con il passare dei brani la cantante perde tonalità, infatti se nei primi brani è presente un timbro energico e graffiato, nelle tracce finali lo si perde, facendo risultare così le canzoni meno incisive e con un sapore che sa di già visitato (anche colpa del resto, ovviamente). Manca ancora un po’ di fantasia per caratterizzare ed inquadrare ben i SilentLie, ma direi che “Blood Under Snow” resta un buon cartellino di presentazione.

VOTO: 6,5/10
-SADIK-


Ascolto: http://www.youtube.com/watch?v=DjnHUzPnhqQ
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