Intervista ai Male mISANDRIA

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Mooth - Slow Sun

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Dogmate - Hate

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giovedì 10 luglio 2014

KALIDIA - LIES' DEVICE


Che cosa potrebbe nascere se si unisse un antico culto orientale (la dea Kalì) con una amena e antica regione dell'Asia Minore (la Lidia)? Ma i Kalidia, naturalmente. Giovane band emergente proveniente dalla roccaforte del Power Metal italiano, la Toscana; i Kalidia definiscono la propria musica 'Power Melodic Metal'. In termini pratici, ciò si traduce in un Metal molto soft e semplice, fortemente contaminato da elementi Power, Gothic Metal e Pop, caratterizzato da tempi moderati, sound bilanciato e un ruolo importantissimo ricoperto dalla voce solista. Una voce molto particolare e per certi versi inconsueta per una band Metal, datosi che la frontwoman, Nicoletta Rosellini, è un mezzosoprano, dotata di un timbro scuro molto bello, forte e d'impatto. Un tipo di voce che nell'album di debutto della band, "Lies' Device", recentemente edito, offre gran prova di sé e fa la differenza. Il disco si apre con "Lost Mariner", il pezzo più epico e di gran lunga il migliore: un buon riff di tastiera, melodie vocali semplici e azzeccate, ritmiche che oscillano sapientemente tra groove e tiro nell'arco dei sei minuti di durata. Segue "Hiding From The Sun", un buon brano con un bellissimo riff iniziale; peccato che il ritornello sia breve, forse troppo. La terza canzone, "Dollhouse (Labyrinth Of Thoughts)", ha un taglio più Pop, con melodie più sfumate e meno d'impatto, dove la vocalist offre uno spaccato notevole dei suoi toni bassi. La quarta e la quinta traccia, "Reign Of Kalidia" e "Harbringer Of Serenity", sono notevolmente più interessanti, con riff azzeccati, ritornelli molto catchy e sound vicino al Gothic Metal. Ma l'ultima canzone citata, che ricorda vagamente gli Epica, si rivela in particolare uno dei pezzi più belli dell'album, valorizzata dal duetto tra Nicoletta e Andrea Racco, cantante degli Etherna. "Black Magic", la sesta traccia, è piuttosto curiosa, oscillante tra l'irriverenza dello spigliato tema portante di tastiera e un ritornello più cupo ed evanescente. La ballad (più che una ballad, sarebbe più corretto definirla lento), "Shadow will be Gone", risulta assai piacevole, con melodie rilassanti e ben definite, nonostante una certa ripetitività strumentale. Segue la titletrack: un brano dal forte impatto e dai numerosi stacchi. "Winged Lords" è un punto di caduta, priva della cura che di solito la band riserva ai brani: ma si sa, in ogni album (o quasi) c'è sempre una "pecora nera". Un risultato migliore viene realizzato nel pezzo di chiusura, "In Black and White", senz'altro più gradevole del precedente, ma non al livello di "Lost Mariner" e "Harbringer Of Serenity". "Lies' Device" è alquanto controverso e, per certi aspetti, spiazzante. I Kalidia hanno considerevoli pregi: una voce insolita e potente; palpabile abilità compositiva; una certa compattezza a livello di gruppo. Qualche elemento critico è presente: pochissimi cori (un vero peccato, giacché avrebbero potuto valorizzare meglio le strutture delle singole canzoni); componente Power un po' sacrificata; batteria lievemente sottostimata, nonostante Gabriele Basile sia un drummer di tutto rispetto. Ciò però non inficia sulla qualità del risultato finale. A conti fatti, "Lies' Device" è un buon disco di debutto, in cui i Kalidia hanno mostrato parte del loro potenziale e lasciatone trapelare una parte latente ancora da scoprire. Resta fervida la speranza che nel prossimo album la band possa esprimersi completamente e la grandezza che reca in sé venga definitivamente palesata.

VOTO: 7,5/10
-Maglor-



mercoledì 16 aprile 2014

ELDRITCH - TASTING THE TEARS


Dico subito la verità: dopo che una certa band italiana (di cui giustamente non farò nome) non apprezzò particolarmente la mia recensione al loro album di debutto, era diventato sempre più difficile per me recensire materiale proveniente dal nostro paese, limitandomi solamente a qualche demo o EP pur di non riavere gli stessi problemi che ebbi in precedenza dopo questo episodio. Ancor più difficile si rivela il dover trattare un album di una band storica del nostro panorama di cui sono tutto sommato un fan, nel quale tenevo un leggero terrore di poter ascoltare una vera delusione piuttosto che un altro gioiello di musicalità pura. Ebbene “Tasting The Tears”, l'ultimo nato in casa Eldritch, è riuscito a distruggere queste due barriere mentali che mi attanagliavano da diverso tempo e, durante i ripetuti ascolti di questo album, mi sono più volte chiesto se il gruppo in questione fosse davvero in piedi da oltre vent'anni e composto perlopiù da persone di una certa età, vista l'incredibile qualità che permea ogni aspetto della loro creatura. Ma andiamo con ordine: per chi non li conoscesse, gli Eldritch sono probabilmente la band più importante del Metal italiano di fine anni '90, il cui sound mescola efficacemente il miglior Progressive Metal anni '80 (dei padrini Queensryche, Fates Warning e Rush) con parti Thrash e Power, tutto sostenuto dalle portentose vocals di Terence Holler (di cui potete trovare una mia intervista qui), i riff tecnici ma eleganti e possenti di Eugene Simone e Rudj Ginanneschi, il tessuto tasteristico di Gabriele Caselli ed infine il tappeto ritmico compatto e fantasioso di John Crystal e Raffahell Dridge. Andando al disco in questione, sono passati 16 anni dal loro capolavoro “El Niño” e gli ultimi lavori, per quanto gradevoli, iniziavano a mostrare una certa stanchezza, ma “Tasting The Tears” è una vera bomba di potenza ed eleganza ispirante come non mai: già l'oscura ma incantevole “Alone Again” (rilasciata come anteprima) ne dava la dimostrazione sicura, e con l'iniziale “Inside You” già il gruppo si mette in mostra con i suoi riff tecnici ma al contempo orecchiabili e di facile approccio, per non parlare della voce inimitabile di Holler e dell'enfasi che raggiunge nel ritornello, che da sola vale subito l'acquisto del disco. La title track, di molto sul lato Power caratteristico degli ultimi Angra, è un'altra micidiale conferma di intenti ed è da qui che il disco fila in maniera liscia e senza intoppi fino alla fine lasciando stupefatti dinnanzi a tale meraviglia. “Waiting for Something”, con il suo andamento lento, ipnotizza fin da subito; “Something Strong” è probabilmente il pezzo più suddito al Thrash Metal di tutto l'album ma non per questo meno bello rispetto agli altri. L'apertura tastieristica di “The Trade” è di una bellezza quasi commovente, in “Clouds” ci scappa perfino un assolo di basso mentre le ballate “Iris” e “I will Remember”, con quest'ultima che chiude l'album, fanno riprendere respiro all'ascoltatore illudendolo al fatto che l'album duri ancora molto quando in realtà è ormai giunto alla sua conclusione. La performance ed il livello tecnico dei singoli musicisti è ancora una volta di livello elevatissimo, con Holler sempre in testa agli altri, anche se in un paio di ritornelli la sua voce sfiora eccessivamente passaggi tendenti al Pop e le parti di tastiera di Caselli hanno un ruolo più tendente all'atmosferico che al virtuosismo solista rispetto al passato. Altro neo da sottolineare è il fatto di come quasi tutte le canzoni dell'album posseggano bene o male la stessa struttura; non un difetto in sé, ma un pizzico di varietà in più in questo senso sarebbe stato preferibile. In sintesi “Tasting The Tears” è l'ennesima conferma di come le band storiche in Italia siano ancora in grado di pareggiare con i concorrenti più moderni, modernizzando il proprio sound legato al passato senza stravolgerne le peculiarità stilistiche e l'ispirazione; davvero i miei più sinceri complimenti a Holler e soci per quest'ennesima perla musicale. Disco Metal italiano dell'anno? Questo è difficile dirlo. Tra l'eccezionale “Are You Kidding Me? No!” dei Destrage, le uscite ormai prossime di Antropofagus e Gory Blister e il nichilista “Nero in Metastasi” dei Cripple Bastards è difficile dirlo con assoluta certezza. Si vedrà...

VOTO: 9/10

-ULTHAR- 



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domenica 6 aprile 2014

MOTTO PERPETUO - PERPETUAL TIME


Alcune metal bands sfornano un ottimo debut album; altre invece cominciano in maniera meno brillante. I Motto Perpetuo, band spagnola che dal 2007 miscela sound Gothic Metal e Power Metal ad elementi Progressive, hanno iniziato malissimo. Sul proprio profilo Facebook il gruppo descrive così il risultato del proprio lavoro, sfornato nel 2009: "Un suono sobrio e pulito, con una base solida, chitarre impressionanti e brillanti, melodie vocali e di tastiera più che buone". Purtroppo per Jordi Fernandez e soci, la realtà è assai diversa. "Perpetual Time" è inconcludente, insignificante e banale. Non sorprende, non emoziona e non esalta; al più annoia. Alcune idee buone ad essere onesti ci sono, ma si perdono in un groviglio inestricabile di melodie inconsistenti, ritornelli mal congegnati, linee vocali prive di senso. Uniche eccezioni la bella "Life's Mirror" e la struggente "Seventh Heaven". Per il resto, nulla di interessante. Le chitarre soliste e la batteria, che pure sono buone davvero, non bastano a sostenere il fragoroso fallimento della vocalist, che a tratti provoca il violento desidero di perdere completamente l'udito, e il songwriting misero e miope. Spesso si incappa nel cosiddetto "già sentito" (l'Intro sarebbe carino, se il tema portante non fosse scandalosamente simile a "Forever One" degli Helloween, che ha già dovuto subire l'oltraggio di essere plagiata da Al Bano), per non dire nell'"orrendo" vero e proprio ("Children Of The War" è agghiacciante dalla prima all'ultima nota). Normalmente nelle mie recensioni analizzo l'album traccia per traccia, elencando pregi e difetti singolarmente: in questo caso mi sembra perfettamente inutile. In sintesi, un disco mal riuscito. L'augurio è che i Motto Perpetuo, tecnicamente dotati e forti di alcune idee compositive niente male, defenestrino le goffaggini della cantante, le indecisioni nel songwriting e producano un lavoro soddisfacente.

VOTO: 5/10
-Maglor- 



venerdì 28 marzo 2014

EPICRENEL - THE CRYSTAL THRONE


Siete stanchi delle sinfonie neoclassiche dei Rhapsody Of Fire o delle stramberie brasiliane degli Angra? Se la risposta è affermativa, allora apprezzerete senz'altro gli Epicrenel, quantomeno intellettualmente. Proveniente dalla fredda Finlandia, questa band ha sfornato l'estate scorsa un bel disco, "The Crystal Throne", in cui danno un tocco personale a un Power Symphonic Metal che non ha nulla da invidiare ai mostri sacri del genere. A parte qualche svista compositiva, non c'è un punto debole: la sezione solista è impressionante, quella ritmica sempre azzeccata, gli arrangiamenti orchestrali ben congegnati e il vocalist Christian Palin impeccabile. Una avvertenza: per apprezzare appieno questo album saranno necessari molti ascolti. Ma questo è normale, nel genere. "The Crystal Throne" si apre con una intro orchestrale, "The Calling", per poi approdare su "To Cursed Lands Again". Un pezzo orecchiabile, decisamente buono: non il migliore dell'album, ma un buon inizio. La traccia successiva, "Where Kingdoms Fall", è invece perfetta: coinvolgente dall'inizio alla fine, epica al punto giusto, un ritornello fantasmagorico; il pezzo migliore dell'album, dove Palin offre gran prova di sé. "Walls of the Cave", purtroppo, è un pezzo che non arriva: a parte le belle ritmiche che sostengono la sezione solista, non presenta nulla di interessante. La band si riprende tuttavia alla grande con "Floating Soul", un bellissimo pezzo terzinato che a tratti ci rammenta "Far Beyond The Sun" di Yngwie Malmsteen: sempre sostenuto, con melodie molto belle e mai scontato. "Guarding Fellhound" è un altro pezzo di caduta: gradevole ma nulla di più. Tutt'altro si può invece dire della successiva "Into the Dungeon" una canzone davvero interessante. Nonostante sia un po' ripetitiva, non annoia; forse la più originale, cupa com'è. "Skyride" è una strumentale di fattura decisamente Rhapsodiana e incredibilmente accattivante: quattro minuti di pura epicità, costellata da doppia cassa costante e assoli molto evocativi. "Defenders of the Crown" a tratti risulta un po' anonima, ma viene riscattata da un ritornello azzeccatissimo che la rende un altro pezzo forte dell'album. "Phantom's Grove" è un pezzo un po' controverso: originale e insolito, ci ricorda un po' i Rhapsody Of Fire di "From Chaos to Eternity"; a tratti geniale, a tratti privo di senso. Alcuni degli amanti più accaniti del Symphonic di stampo classico potrebbero storcere il naso. Stessa cosa si potrebbe dire di "Conquering the Throne", se la canzone non fosse ottimizzata da un ritornello molto efficace e da un intermezzo orchestrale di altissimo livello. Come chiusura abbiamo "The Coronation", un'altra orchestrale: la band non avrebbero potuto scegliere modo migliore per chiudere. Brevemente: gli Epicrenel sono dei grandi. Hanno un tasso tecnico elevatissimo, un buon gusto, molto da dire. "The Crystal Throne" è un buon album, che oscilla bene tra tradizione e innovazione. A mio parere, l'unico difetto di ordine strutturale è la mancanza di ballad, che avrebbe potuto creare atmosfere più variegate: ma questo non inficia comunque sulla qualità del prodotto, che è ben registrato, ben suonato, ben pensato. Gli Epicrenel sono una band decisamente promettente. Contiamo sul fatto che, con un po' di attenzione alla melodia e minor peso attribuito alla tecnica, il prossimo disco sarà un capolavoro da 10 e lode.

VOTO: 8,5/10
-Maglor-



sabato 15 marzo 2014

AINUR - THE LOST TALES


Tradurre in musica l'universo tolkeniano non è un'idea nuova: con il numero di brani di musica metal basati su Il Silmarillion, Il Signore degli Anelli e i vari Racconti, si potrebbe produrre una discografia più corposa di quella targata Iron Maiden. J.R.R. Tolkien è, a conti fatti, l'autore letterario più citato nella storia del Power Metal e grazie alla cui opera sono stati prodotti capolavori riconosciuti. Tutti i fan dei Blind Guardian possono ben citare, in merito, Nightfall in Middle Earth (uno dei più bei dischi dei Bardi di Krefeld e, in assoluto, del genere), incentrato sulla "Bibbia" dell'opera dello scrittore inglese, Il Silmarillion. Gli italiani Ainur -una vera e propria orchestra Rock, composta di non meno di sedici elementi con tanto di archi, corno e flauto, alla stregua dei tedeschi Haggard- hanno deciso di non essere da meno. Legandosi musicalmente al sottovalutato "Concerning the Quest", "The Bearer and the Ring" dei cileni Barroquejon, che narra le avventure de Il Signore degli Anelli, la band si dedica da anni alla trasposizione in chiave Rock/Metal della cosmogonia tolkeniana in tutti i suoi aspetti, con il manifesto obiettivo (alquanto ambizioso e azzardato) di ricreare le molteplici e complesse atmosfere dei libri -in particolare de Il Silmarillion-. Obiettivo che, mi duole dirlo, gli Ainur non sono mai riusciti a raggiungere appieno, penalizzati dalla discutibile scelta di inserire elementi Progressive e da una composizione a tratti miope (a scapito dei testi, belli e ben curati). Nel 2009, la band pubblica il terzo disco, "Lay of Leithian" (che è, a onor del vero, un album di tutto rispetto), dove, a differenza dei due lavori precedenti, gli elementi Progressive vengono parzialmente abbandonati. A distanza di quattro anni, nel 2013, gli Ainur decidono di celebrare la propria opera e rilasciano "The Lost Tales", una raccolta dei loro brani storici in versione acustica (accompagnati da tre pezzi inediti: "Eriol", "Yavanna" e "Lorien"). I Best Of -perché di questo si tratta- lasciano un po' il tempo che trovano, è risaputo. "The Lost Tales" è ben registrato e curato in ogni dettaglio; l'esecuzione dei singoli musicisti è encomiabile. Tutto ciò, però, non basta. L'album -ed è il difetto d'origine degli Ainur- non incide. I brani sono gradevoli, ma poco significativi e non sono assolutamente in grado di rendere le atmosfere tolkeniane. Ad eccezione della opener "Eriol", davvero bella ed evocativa, il resto del disco scorre indistintamente senza lasciare traccia del suo passaggio, come l'acqua di un fiume (non gli impetuosi flutti del Teiglin, dove la bella Nienor perde la vita, ma il placido fluire di un fiumiciattolo della Contea). Potrà sembrare un giudizio impietoso; ma, d'altronde, a un obiettivo alto corrispondono alte aspettative e il rumore di una montagna che crolla è sempre il più fragoroso. Su questo tema, concludo con una citazione del Conte Dooku, personaggio della saga Star Wars: "A doppia superbia, doppia caduta".
VOTO: 5,5/10
-Maglor-



mercoledì 29 gennaio 2014

DRAGONHAMMER - THE X EXPERIMENT






















Nel momento più bisognevole, nell’ora piuttosto luttuosa per il genere Progressive, ecco che risbucano, come delle talpe da sottoterra, gli eclissati Dragonhammer, grazie al loro nuovo album "The X Experiment". La band sin dall’inizio della loro carriera, fucinata nel 1999, ha saputo piallare una loro propria strada personale, sbriciolando dal loro primogenito demo "Age Of Glory" una mollica dopo l’altra, che però dopo "Time For Expiation" del 2004, inesplicabilmente, è come se i componenti del gruppo abbiano avuto una metempsicosi in chirotteri, dileguandosi nella mesta notte del dimenticatoio; ma miracolosamente non è risultato così. L’interstizio di silenzio durato quasi una decina d’anni ha dato modo ai Dragonhammer di restaurare il loro sound,  insabbiando il loro atavico Power Metal degli esordi per poterlo soppiantare, caldeggiandosi invece sul fiotto dell’egregio Progressive Metal. Anche la formazione della band è mutata con il passare del tempo, vedendo disertare il batterista Raf Condemi e il tastierista Alex Valdambrini, annettendo nel 2011 il nuovo tastierista Giulio Cattivera e nel 2013 il chitarrista Giuseppe De Paolo. "The X Experiment" è con concept album futuristico basato sulla storia ambientata in un mondo post-nucleare, dove l’umanità regna nel caos. Un rituale quello del concept abbastanza d’ispirazione per molte band italiane, come ad esempio i loro connazionali Dark Lunacy (vedasi "The Diarist"), i Lacuna Coil  ("Karmacode") ed i Rhapsody Of Fire, ma sopratutto dischi come quelli dei Vision Divine ("The Perfect Machine") e degli Edge Of Sanity (Crimson). Ogni canzone, escludendo l’introduzione “It's Beginning”, quindi partendo dalla prima “The End Of The World” fino all’ultima “Last Solution”, sono tutte celesti, in particolare "Escape" e "Follow Your Star"; una precisazione su “The Others”: alcune delle sonorità di tastiera ricalcano appieno l’olezzo di Pasi Hiltula, dell’album degli Eternal Tears Of  Sorrow, "A Virgin And A Whore". Riguardo al lavoro svolto dalle chitarre, si può dire che creino affascinanti linee melodiche, ma con altrettanti scorci di ritmiche bramite e idrofobe. Giulio Cattivera invece attinge al suo vocabolario, rinvenendo lessici di alcuni album dei Vision Divine, prendendo spunto anche dagli inserti elettronici, riadattandoli al tipo di contesto musicale, elargendo refoli sia sinfonici che acustici di pura matronale eleganza, come il pianoforte passionale in “Escape”. La voce di Max Aguzzi si presenta in maniera fluente in tutto l’album, con un timbro vocale a tratti abrasivo e avvolte flautato. Nell’album troviamo degli ospiti speciali come Roberto Tiranti (vocalist dei Labÿrinth), che canta nella song “The End Of The World” e Titta Tani, che stornella invece in “My Destiny”. Come batterista non ufficiale ma che ha preso parte alla registrazione troviamo David Folchitto, drummer attuale dei Stormlord; e per finire Francesco Fareri, chitarrista ultratecnico, chitarrista solistico già in attività da tempo. Per quanto riguarda la registrazione, il mixaggio e la masterizzazione sono assolutamente ad un livello qualitativamente eccezionale: ogni singolo strumento si sente e si distingue perfettamente... Non sentivo questo tipo di azzimata pulizia sonora dai tempi del chiaroveggente "This Godless Endeavor". Un ottimo ritorno dei Dragonhammer, con un The X Experiment  altrettanto allettante.

VOTO: 8,5/10
-Francesco LaBrie-



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mercoledì 15 gennaio 2014

OPENING SCENERY - MYSTIC ALCHEMY

Ultimamente ho avuto il piacere di notare che nella nostra penisola i talenti musicali non mancano, e nonostante si dicano tante brutte cose riguardo alla scena Metal italiana, le buone band, secondo la mia modestissima opinione, non mancano. Bisogna soltanto avere le palle di cercarle e di supportarle. I torinesi Opening Scenery sono una di queste band: nati nel 2002, dopo ben 8 anni di gavetta sono riusciti a registrare il loro disco di debutto, "Mystic Alchemy", contenente Power/Prog metal di indiscutibile qualità. L’album è registrato in maniera eccellente, la produzione risulta quindi impeccabile e il suono invade i nostri timpani nel modo migliore possibile, facendo guadagnare già in partenza diversi punti ai nostri Power metallers piemontesi. Si parte dunque con "Ante Bellum", brano molto potente e dinamico, dotato di un ritornello tipicamente Power cantato a squarciagola dal singer Andrea Racco, il quale possiede un timbro molto particolare e graffiante che si sposa veramente bene con la musica proposta dalla band. La seguente "Third Eye" è introdotta da un giro di tastiere e continua a mantenersi su buoni livelli, così come la terza traccia "Seaquakes of Soul", forse il brano che contiene più tracce di Progressive Metal fino ad ora. Seguono poi "Black Roses Kiss", brano molto più Heavy che Power, e la semiballad "The Light Beyond the Dream", che si lasciano ascoltare più che volentieri; in particolare la seconda. La successiva "The Seventh Gate" scorre via rapidamente per introdurci poi a "Mystic Alchemy scene I: the final Destination", brano che vede la partecipazione dell’ormai celebre singer Fabio Lione, che sfocia poi nella "Scene II: Old Memories", capitolo di circa un minuto e mezzo dominato dal pianoforte, che ci spinge a sua volta verso la "Scene III: At Twilight", brano piacevole, che però si rivela meno emozionante rispetto agli altri pezzi. "A Silent after Storming", canzone strumentale di circa un minuto, è affidata la chiusura dell’album, chiudendo in maniera assolutamente efficace ed elegante. Oserei definire Mystic Alchemy un lavoro sorprendente, poiché trattandosi “soltanto” di un disco di debutto è curato nei minimi dettagli, sia per quanto riguarda la produzione sia per quanto riguarda gli arrangiamenti. Attendo con ansia il prossimo lavoro!

VOTO: 8/10
-JACK-




Ascolto: http://www.youtube.com/watch?v=hJdGA7o1hBI
Facebook: 
https://www.facebook.com/openingscenery?fref=ts

lunedì 9 dicembre 2013

EDOARDO NAPOLI - ETERNAL BLEEDING






















Il talento. È questa la caratteristica di chi vuol diventare qualcuno. Senza il talento Balotelli non potrebbe fare il calciatore (magari?); e senza talento, questo ragazzo intraprendente di nome Edoardo Napoli, non potrebbe fare il musicista. Edoardo Napoli, un nome come tutti gli altri, ma dietro al quale si nasconde l'anima impetuosa e genialoide di un polistrumentalista di Rapallo, che scegliendo la strada dell'autoproduzione, ha registrato questo "Eternal Bleeding", catturando tutti gli strumenti: chitarra, basso, batteria, tastiera e in alcuni brani anche la voce. Il bello è che Edoardo suona tutti questi mezzi in maniera a dir poco eccellente, passando da cavalcate di doppia-cassa a velocità pazzesche ad affilatissimi riff di chitarra eseguiti con precisione chirurgica, con facilità impressionante. Ma lasciamo parlare la musica. "Eternal Bleeding" è piuttosto lungo (21 tracce + 2 nel caso dell'edizione con bonus tracks) e contiene una vasta miscela di generi, che comprende Thrash, Power, Prog ed Heavy classico, senza ovviamente dimenticare lo Shred, dato che la maggior parte delle tracce sono strumentali. A causa della durata del platter non compirò un'analisi track by track, ma mi limiterò a fare un riassunto approfondito di ciò che offre il musicista di Rapallo. Tralasciando l'opener, bella canzone Thrash ma rovinata dalle lyrics in italiano, si passa a due capitoli di maggiore importanza: "Against the Cross", brano che non sfigurerebbe su un disco degli Slayer, e "Beyond the Shades of Fear", strumentale ben articolata e non particolarmente ripetitiva. "Fly in Space" offre un breve momento di puro Power, per poi passare brutalmente al Death Metal con Il brano "Fog", il quale evolve poi in Heavy Metal alla Judas Priest in "Get the Hell out of Here", nella quale è importante sottolineare l'abilità chitarristica di Edoardo, messa in risalto dall'assolo a metà brano. Inizia poi la fase Prog del disco, con la bellissima track 9, "I need to Understand", ballad strumentale orientata, dalla quale trasuda passione e sentimento, che ci spinge poi in "Let Yourself Fly Away", 5 minuti in cui il mastermind mostra tutto il suo talento polistrumentistico. Dopo una breve parentesi Heavy/Thrash continua il lato Progressive del disco, secondo me il genere in cui edoardo napoli riesce a valorizzare maggiormente le sue abilità di songwriter, come in "Nexxus" e "No More Time" (brano imponente suddiviso in 3 parti), ma anche nelle successive "Steal of your Dreams" e "The Flight of the Unholy One" (che riprende la precedente "Nexxus"). Il disco si conclude con un brano Hard Rock ("Turbo") e due bonus Heavy/Thrash godibili, ma non indimenticabili. Lungo, variegato, dinamico, mai particolarmente banale: queste sono le caratteristiche di "Eternal Bleeding". E il talento? Se non lo sentite in questo disco non so dove altro possiate trovarlo. Edoardo napoli.. Scrivetevelo da qualche parte.

VOTO: 8/10
-JACK-




Ascolto: http://edoardonapoli.bandcamp.com/album/eternal-bleeding
Facebook: 
https://www.facebook.com/edoardonapoliofficial

mercoledì 18 settembre 2013

WINDFALL - TALES OF AN ORDINARY LIFE






















"Che bella sorpresa!" è la prima cosa che mi è venuta in mente non appena ho premuto play per ascoltare il disco in questione, "Tales of an Ordinary Life" dei Windfall, gruppo italiano nato nel 2003 e che -perdonate il francesismo- spacca veramente i culi. Il loro primo full-lenght arriva dopo ben 10 anni di gavetta, trascorsi scrivendo canzoni e partecipando a numerosi contest in giro per l'Italia, in molti dei quali la band ha ottenuto buoni piazzamenti e consensi da parte delle giurie. C'è da dire molto su questa band, poiché ha fatto scelte piuttosto discutibili per essere una band Metal, scelte che però stanno dando i loro frutti: hanno una voce femminile, il loro genere è semplicemente Melodic Metal (prende in prestito parti dal Power e dal Symphonic), e i testi si ispirano alla vita quotidiana invece che alle "classiche" favole fantasy. Insomma, è una band alla quale -fortunatamente- piace azzardare qualcosa di nuovo, o comunque di diverso. L'album è mixato benissimo e i musicisti sono tutti preparatissimi, nessuno escluso. Ho deciso di non affermarmi più di tanto sul track by track, dato che le canzoni sono più o meno tutte di buon livello e discretamente accattivanti, ma se dovessi fare una selezione dei best moments consiglierei la opener "Crush", la successiva "Dad show", "Revenge", "The Hunter" e "Windfall". Finalmente una band Power italiana in grado di competere con i "colleghi" esteri, e soprattutto una band che abbia le palle di creare un sound e uno stile originale e -per ora- unico. Consigliato!

VOTO: 8/10
-JACK-



Ascolto: https://www.youtube.com/watch?v=6L2XLZcE_-o
Facebook: 
https://www.facebook.com/Windfallmetal

lunedì 16 settembre 2013

SACRED HELL - SACRED HELL






















I Sacred Hell, gruppo Heavy/Power italiano in attività dal 2006, hanno annunciato che la pubblicazione del loro prossimo album è prevista per Gennaio 2014, ma noi, nel frattempo, recensiremo il loro omonimo demo rilasciato nel 2008, contenente 5 tracce. Si comincia con "Preface" , intro strumentale di circa 2 minuti, brano tutt' altro che indimenticabile, che sfocia poi nella prima song vera e propria, cioè "From Paradise to Hell", che ricorda molto lo stile degli ultimi dischi dei Saxon. Il brano è ben suonato (tutti i musicisti sono tecnicamente molto preparati, soprattutto il singer Roberto Paganelli e il drummer Marco Lancs), ma non lascia sufficientemente il segno nelle orecchie dell'ascoltatore, cosa che invece riesce a fare la successiva "Battle Weapon" grazie al suo ritornello epico e suggestivo, anche se per il resto della canzone la band non ha spunti particolarmente interessanti. Veramente ottima e completa la strumentale "Virgin River", a mio parere l'apice del demo: veloce, ricca di melodie interessanti e con le tastiere più in risalto rispetto alle canzoni precedenti. Veramente bella. La chiusura del platter è affidata a "Apocalypse in the Church" anch' essa da inserire nella classifica dei momenti migliori del demo, soprattutto grazie alle belle melodie vocali di Paganelli (particolarmente bello il ritornello) e alle fughe chitarristiche del duo d'asce. Siamo giunti alla fine: i power metallers nostrani non offrono nulla in più al genere, che peraltro secondo il sottoscritto ha già dato tutto o quasi. Tuttavia la band dimostra di avere tutte le carte in regola per compiere un' uscita discografica migliore, come si può notare dall'elevata tecnica dei componenti e dalle ultime due tracce del demo, perciò voglio dare una sufficienza sulla fiducia, sperando che essa venga ripagata.

VOTO: 6/10
-JACK-



Ascolto: https://www.youtube.com/watch?v=qFvQPcU7JoA
Facebook: 
https://www.facebook.com/pages/SACRED-HELL/151337888269018